gas e petrolio - piattaforma in mare

L’aggressione Israelo-americana all’Iran e l’escalation militare tra Iran e Paesi del Golfo riaccende i timori di uno shock energetico globale. Centinaia di petroliere e navi di gas naturale liquefatto risultano ferme ai lati dello Stretto di Hormuz, mentre diverse portacontainer hanno già modificato le rotte per evitare l’area.

Le tensioni hanno immediatamente colpito i mercati energetici. Negli scambi over the counter il greggio è balzato di circa il 10%: il Brent, riferimento internazionale, è passato da 72,8 dollari a 80 dollari al barile nel giro di poche ore. Gli analisti avvertono che, in caso di blocco prolungato del passaggio marittimo, il prezzo potrebbe avvicinarsi rapidamente alla soglia dei 100 dollari, livello toccato l’ultima volta all’inizio della guerra in Ucraina.

Secondo gli esperti del settore energia, un’interruzione duratura dello stretto — da cui transita circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e gas — avrebbe effetti difficilmente compensabili. L’aumento di oltre 200 mila barili al giorno deciso dagli otto Paesi dell’Opec+ per aprile appare insufficiente rispetto ai volumi che potrebbero restare bloccati.

A rendere il quadro più complesso è il fatto che proprio alcuni dei principali esportatori, come l’Arabia Saudita, dipendono fortemente da quella via marittima per le spedizioni. Gli oleodotti alternativi non sarebbero in grado di garantire la stessa capacità di trasporto.

Le ripercussioni si sono già viste nelle Borse mediorientali aperte la domenica, con cali significativi in Giordania, Egitto e Oman, mentre a Riad l’indice principale ha perso circa il 2%. Solo Saudi Aramco ha registrato un rialzo superiore al 3%, trainata dalle aspettative di un aumento dei prezzi del greggio.

L’attenzione ora si sposta sulle piazze asiatiche ed europee, che potrebbero reagire con forte volatilità. Particolarmente esposte risultano le compagnie aeree, penalizzate sia dallo stop dei voli nei grandi hub del Golfo sia dall’aumento dei costi del carburante. Sul fronte opposto, i titoli energetici potrebbero beneficiare della corsa del petrolio.

Oltre ai mercati finanziari, preoccupa l’impatto sul commercio globale. Lo Stretto di Hormuz è uno snodo cruciale per l’approvvigionamento energetico mondiale: un suo blocco prolungato rischierebbe di innescare nuove pressioni inflazionistiche, con effetti a catena su produzione, trasporti e consumi.

In uno scenario già fragile, la crisi riporta al centro il tema della sicurezza delle rotte energetiche e della dipendenza globale da pochi corridoi strategici. Se la tensione non rientrerà rapidamente, il rischio è che alla fiammata dei prezzi segua una nuova fase di instabilità economica internazionale.