Il caso dell’uccisione di Abderrahim Mansouri, avvenuta il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, segna una svolta giudiziaria rilevante. La Polizia di Stato ha eseguito il fermo, disposto dalla Procura della Repubblica di Milano, nei confronti di Carmelo Cinturrino, assistente capo accusato di omicidio volontario.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’elemento determinante per l’adozione del provvedimento è stato l’accertamento che la vittima, al momento in cui è stata colpita, non impugnava alcuna arma. L’arma sarebbe stata successivamente collocata accanto al corpo in una fase successiva agli spari. Un dettaglio che, se confermato in sede processuale, inciderebbe in modo radicale sulla qualificazione giuridica dei fatti e sulla ricostruzione della dinamica dell’intervento.
Le indagini, coordinate dalla Procura e condotte dalla Squadra Mobile insieme al Gabinetto regionale di Polizia scientifica, si sono basate su testimonianze, interrogatori, analisi dei sistemi di videosorveglianza, verifiche sui dispositivi telefonici e accertamenti tecnico-scientifici. L’insieme degli elementi raccolti avrebbe consentito di delineare una ricostruzione incompatibile con l’ipotesi di una minaccia armata in atto al momento dell’esplosione dei colpi.
Il fermo è stato eseguito mentre l’agente si trovava in servizio presso il commissariato di via Mecenate. L’intervento degli uomini della Squadra Mobile è avvenuto nelle prime ore della mattinata, a testimonianza di un’inchiesta che ha conosciuto un’accelerazione significativa nelle ultime settimane.
Il procedimento si inserisce in un contesto delicato, non soltanto sotto il profilo penale ma anche istituzionale. Il fatto che sia stata la stessa Polizia di Stato a eseguire il fermo nei confronti di un proprio appartenente rappresenta un passaggio rilevante sul piano della tenuta dello Stato di diritto e della credibilità delle istituzioni. In una fase in cui il rapporto tra forze dell’ordine e opinione pubblica è spesso oggetto di tensioni e polarizzazioni, l’inchiesta assume un valore che va oltre il singolo episodio.
I legali della famiglia Mansouri hanno parlato di “giusto epilogo in uno Stato di diritto”, sollecitando eventuali ulteriori chiarimenti da parte di altri presenti al momento dei fatti. La difesa della famiglia ritiene che la dinamica debba essere chiarita in ogni dettaglio e non esclude la possibilità di responsabilità più ampie.
Sul piano giudiziario, la qualificazione del reato come omicidio volontario implica un quadro accusatorio di particolare gravità. Saranno ora gli ulteriori sviluppi investigativi e gli atti processuali a stabilire se la ricostruzione accusatoria troverà pieno riscontro. Al centro del procedimento vi è un nodo essenziale: stabilire con certezza se vi fosse o meno una situazione di pericolo tale da giustificare l’uso dell’arma da fuoco.
Il caso riapre inoltre il dibattito pubblico sull’uso della forza, sui protocolli operativi e sulla responsabilità individuale degli appartenenti alle forze dell’ordine. In un contesto urbano complesso come quello di Rogoredo, teatro da anni di fenomeni di marginalità e spaccio, l’equilibrio tra sicurezza e legalità resta un tema sensibile.
La conferenza stampa annunciata dalla Procura, alla presenza del procuratore capo, sarà l’occasione per chiarire ulteriormente i contorni dell’inchiesta. Per ora, la svolta è netta: un agente di polizia è accusato di aver sparato a un uomo che, secondo gli accertamenti, non era armato al momento dei fatti. La verifica giudiziaria dovrà stabilire responsabilità e motivazioni in modo definitivo.
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