Chiara ferragni pandoro balocco

Si chiude sul piano penale uno dei casi mediatici e giudiziari più rilevanti degli ultimi anni nel rapporto tra marketing, influencer economy e tutela dei consumatori. Chiara Ferragni è stata assolta al termine del processo abbreviato che aveva al centro le campagne promozionali del Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua legate a iniziative benefiche. La decisione è stata assunta dal giudice della terza sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, che ha escluso la sussistenza della truffa aggravata contestata dalla Procura.

L’influencer era imputata per presunti messaggi ingannevoli diffusi sui social, attraverso i quali, secondo l’accusa, sarebbe stato lasciato intendere che parte dei ricavi delle vendite fosse destinata direttamente a progetti di beneficenza. Un’impostazione che aveva acceso un ampio dibattito pubblico non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello etico e regolatorio, mettendo sotto la lente il modello di business degli influencer e il confine tra comunicazione commerciale e responsabilità sociale.

La decisione del giudice si fonda su un punto giuridico chiave: non è stata riconosciuta l’aggravante della minorata difesa dei consumatori, elemento che avrebbe reso il reato procedibile d’ufficio. Venuta meno questa aggravante, il fatto è stato riqualificato come truffa semplice, reato perseguibile solo a seguito di querela. Tuttavia, la querela presentata dal Codacons era stata ritirata circa un anno fa, dopo il raggiungimento di un accordo risarcitorio con Ferragni. Da qui la decisione di dichiarare il proscioglimento per estinzione del reato.

L’assoluzione ha riguardato anche i coimputati, ovvero Fabio Damato, all’epoca stretto collaboratore dell’imprenditrice digitale, e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia. Un esito che chiude formalmente il procedimento penale, ma che lascia aperte questioni più ampie sul rapporto tra comunicazione digitale, fiducia dei consumatori e trasparenza delle operazioni commerciali.

Il caso Pandorogate ha avuto effetti significativi anche fuori dalle aule di giustizia, incidendo sull’immagine pubblica dell’influencer e innescando una riflessione istituzionale sulle regole della pubblicità online e sulle pratiche di influencer marketing, un settore in forte crescita ma ancora in parte privo di confini normativi chiari. Sul piano economico, la vicenda ha rappresentato un banco di prova per un mercato che muove milioni di euro e che sempre più spesso intreccia brand, cause sociali e reputazione.


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