Campi Flegrei fumarole solfatara

Le condizioni attuali dei Campi Flegrei non sarebbero sufficienti a generare un’eruzione vulcanica nel breve o medio periodo. Anche ipotizzando la prosecuzione dell’attuale fase di bradisismo, il sistema magmatico impiegherebbe decine di anni per raggiungere volumi e pressioni paragonabili a quelli che alimentarono l’ultima eruzione del 1538. È questa la principale conclusione di uno studio condotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dall’Università di Ginevra, pubblicato sulla rivista scientifica Communications Earth and Environment.

La ricerca rappresenta un importante contributo al dibattito pubblico su uno dei territori a più alta densità abitativa d’Europa e punta a fornire un quadro scientifico di riferimento, basato su modelli termici e petrologici, per valutare l’evoluzione del sistema vulcanico flegreo. Secondo gli autori, l’attuale sollevamento del suolo non implica automaticamente una dinamica eruttiva imminente.

Lo studio parte da un’ipotesi volutamente cautelativa: che il bradisismo osservato dal 2005 a oggi, così come quello registrato nei decenni precedenti, sia causato da ripetute intrusioni di magma a circa 4 chilometri di profondità. Una scelta metodologica che, come spiega Stefano Carlino dell’Ingv, consente di definire uno scenario prudenziale per la popolazione residente, pur riconoscendo che si tratta di una condizione possibile ma non facilmente verificabile.

Anche assumendo la presenza di magma potenzialmente eruttabile, i risultati indicano che il sistema è oggi frenato da una combinazione di fattori strutturali. In particolare, secondo Luca Caricchi dell’Università di Ginevra, il volume ridotto del serbatoio magmatico e la deformazione viscosa della crosta circostante rappresentano ostacoli significativi alla risalita del magma verso la superficie. Un’eventuale fuoriuscita determinerebbe infatti un rapido calo di pressione interna, insufficiente a sostenere un’eruzione.

Questi elementi rafforzano l’idea che l’attuale fase di unrest vada monitorata con attenzione ma senza allarmismi. La ricerca non esclude l’evoluzione futura del sistema, ma chiarisce che, alle condizioni attuali, un evento eruttivo richiederebbe tempi lunghi e un accumulo magmatico molto superiore a quello oggi stimato. Un messaggio rilevante anche sul piano delle politiche di protezione civile e della gestione del territorio, dove la conoscenza scientifica resta il principale strumento per orientare decisioni pubbliche informate.


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