L’inasprimento delle tensioni militari in Medio Oriente, con l’Iran che minaccia la chiusura dello Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi statunitensi contro i propri impianti nucleari, solleva allarmi non solo geopolitici ma anche economici. A lanciare l’allerta è il presidente di Confapi, Cristian Camisa, che mette in guardia dai potenziali effetti devastanti di uno scenario finora considerato remoto, ma che oggi non può essere escluso a priori.
Lo Stretto di Hormuz è un passaggio cruciale per il transito globale di petrolio e gas naturale, ed è fondamentale tanto per l’economia dell’Iran quanto per la sicurezza nazionale dei Paesi del Golfo. Un suo eventuale blocco potrebbe generare uno shock energetico di proporzioni rilevanti anche per l’Europa, e in particolare per l’Italia.
Secondo le stime di Confapi, una simile interruzione farebbe schizzare il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile e quello del gas naturale oltre i 100 euro per MWh. L’impatto sull’economia italiana sarebbe significativo: un danno annuo stimato in oltre 10 miliardi di euro, con effetti trasversali su famiglie e imprese, già provati da mesi di inflazione e incertezza.
Camisa avverte che l’inflazione potrebbe superare la soglia del 6%, erodendo il potere d’acquisto dei cittadini e comprimendo la domanda interna. In termini macroeconomici, l’Italia potrebbe subire una flessione del PIL pari a -0,6%, aggravando una crescita economica già fragile.
Di fronte a questo scenario, il presidente di Confapi sollecita una risposta immediata e strutturata da parte del Governo, puntando in particolare sulla transizione energetica autonoma. “L’unica arma a disposizione delle imprese oggi è l’autoproduzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica, supportata da sistemi di accumulo BESS”, ha sottolineato Camisa. “Serve un piano nazionale di sostegno a queste tecnologie, che permetta alle aziende di difendersi dall’instabilità dei mercati energetici internazionali e contribuire alla sicurezza energetica del Paese”.
L’intervento di Camisa rappresenta un ulteriore campanello d’allarme sull’urgenza di diversificare le fonti di approvvigionamento e accelerare sull’autonomia energetica, soprattutto in un contesto geopolitico sempre più instabile. Per l’Italia, la sfida non è più solo economica, ma strategica.
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