La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a livelli altissimi attorno allo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili dell’intero scacchiere energetico globale. Dopo giorni di attacchi incrociati, minacce e dichiarazioni sempre più dure, Washington e Teheran hanno concordato una sospensione degli attacchi reciproci e un incontro fissato per domani a Doha, nel tentativo di riportare la crisi entro un perimetro negoziale. La decisione arriva dopo che i pasdaran hanno colpito basi americane nei piccoli Paesi del Golfo e dopo che il Bahrein ha chiesto un intervento internazionale per contenere l’escalation.
Il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato una risposta più ampia, mentre il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha dichiarato che Teheran è pronta a richiudere Hormuz, un’ipotesi che avrebbe conseguenze immediate sul traffico energetico mondiale. Secondo quanto riferito da un funzionario americano ad Axios, la pressione diplomatica ha portato le due parti a concordare una tregua temporanea e un confronto diretto in Qatar.
Parallelamente, l’Iran ha annunciato di aver tenuto a Muscat il primo incontro del Comitato congiunto di Hormuz con l’Oman, dedicato alla gestione dello Stretto nel quadro del Memorandum d’intesa di Islamabad. Il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha spiegato che il colloquio ha riguardato i diritti sovrani degli Stati costieri e le modalità future di gestione del passaggio strategico.
Sul fronte libanese, la situazione resta estremamente fragile. Hezbollah ha accusato Israele di una “flagrante violazione del cessate il fuoco”, rivendicando il diritto di difendere la propria patria dopo i nuovi attacchi nel sud del Libano. Il movimento filo‑iraniano ha dichiarato di monitorare le violazioni e di essere pronto a reagire. A complicare ulteriormente il quadro è la posizione del presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, alleato di Hezbollah, che ha annunciato che l’accordo quadro firmato con Israele sotto l’egida degli Stati Uniti “non sarà adottato”, definendolo un diktat che non tutela i diritti del Libano.
In parallelo, Israele ha riconosciuto il genocidio armeno, una mossa interpretata come un segnale politico diretto alla Turchia, mentre Washington valuta la vendita degli F‑35 ad Ankara. Il presidente turco Erdogan ha reagito duramente, alimentando un ulteriore fronte di tensione regionale.
Il quadro complessivo mostra un Medio Oriente attraversato da linee di frattura che si intersecano: la crisi tra Usa e Iran, la fragilità del Libano, le mosse di Israele, le ambizioni turche e il ruolo crescente delle monarchie del Golfo. Lo Stretto di Hormuz, crocevia del traffico petrolifero mondiale, resta il punto più critico: la sua stabilità è oggi legata a un equilibrio diplomatico estremamente precario, che il vertice di Doha dovrà tentare di ricomporre.
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