Giorgia Meloni

Il referendum sulla giustizia non doveva essere un voto sul governo. Eppure, nei fatti, lo è diventato. Nonostante i tentativi della premier Giorgia Meloni di respingere questa lettura, il risultato ha avuto un effetto politico immediato: ha aperto una fase di resa dei conti interna alla maggioranza ed una corsa frenetica verso l’approvazione di una nuova legge elettorale.

Nel giro di pochi giorni, si è assistito a una sequenza rapida di dimissioni e pressioni che ha coinvolto prima Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, poi – dopo un braccio di ferro durato ore – anche e soprattutto Daniela Santanchè. Una dinamica che va oltre i singoli casi e racconta un passaggio politico più profondo: la necessità, per il governo, di recuperare credibilità proprio sul terreno su cui è stato bocciato dagli elettori.

Le vicende dei tre esponenti, pur diverse tra loro, convergono tutte sul piano della tenuta istituzionale. Per Delmastro hanno pesato rapporti imprenditoriali ritenuti inopportuni, da lui stesso definiti una “leggerezza”; per Bartolozzi sono state determinanti le polemiche per dichiarazioni contro la magistratura, definita “plotone di esecuzione”, e la gestione del referendum; mentre per Santanchè il nodo resta giudiziario, tra processo per falso in bilancio e indagini per bancarotta. Tre storie differenti, ma un problema comune: la difficoltà di sostenere una linea rigorosa sulla giustizia con figure esposte su quel fronte.

La scelta di Giorgia Meloni di chiedere un passo indietro segna quindi un tentativo di rimettere ordine, ma anche una vera e propria operazione politica. Una “epurazione” che ha il sapore della presa di coscienza, ma anche quello di una resa dei conti interna, resa inevitabile dal risultato referendario.

Tuttavia, se l’obiettivo era stabilizzare, il risultato potrebbe essere l’opposto. Perché il clima che emerge è quello di una maggioranza attraversata da tensioni e nervosismo, dove ogni caso può diventare detonatore di nuovi equilibri. Le parole della stessa Santanchè – “obbedisco” ma “non sarò il capro espiatorio” – raccontano bene il livello di frizione che si è raggiunto.

In questo contesto, la mossa successiva della premier appare già delineata: accelerare sulla nuova legge elettorale e proiettarsi verso le politiche del 2027, cercando di trasformare la crisi in un’occasione di rilancio. Ma è una strategia che richiede coesione, e proprio quella sembra oggi l’elemento più fragile.

Dall’altra parte, le opposizioni osservano e incalzano. Parlano apertamente di crisi di governo, preparano mozioni e iniziano a organizzarsi. Elly Schlein rivendica la disponibilità a elezioni anticipate, Giuseppe Conte alza il livello dello scontro, mentre Nicola Fratoianni rilancia la necessità di una alternativa politica. Sullo sfondo, prende forma anche il tema delle primarie per la leadership, segnale di un campo che prova a farsi trovare pronto.

Il rischio, per il governo, è che la gestione della fase post-referendaria non si esaurisca nelle dimissioni già avvenute. Perché quando si apre una stagione di regolamenti interni, non sempre è facile stabilire dove si fermerà. E soprattutto, perché il referendum ha già dimostrato una cosa: quando il consenso si incrina, gli equilibri politici possono cambiare più velocemente del previsto.


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