Il Garante italiano per la concorrenza e il mercato ha aperto un’istruttoria nei confronti di Meta per un presunto abuso di posizione dominante relativo all’integrazione automatica del proprio servizio di intelligenza artificiale su WhatsApp, attivo da marzo 2025.
L’oggetto dell’indagine è l’iconcina colorata che, dalla primavera scorsa, ha fatto la sua comparsa in alto nella schermata principale di WhatsApp. Un accesso diretto a Meta AI, l’assistente conversazionale basato sull’intelligenza artificiale generativa. Secondo l’Antitrust, questa presenza prominente nella barra di ricerca rappresenterebbe una forma di imposizione ai danni degli utenti e dei concorrenti, sfruttando la posizione dominante di WhatsApp nel mercato dei servizi di messaggistica.
L’Autorità, guidata da Roberto Rustichelli, ha reso noto che il procedimento istruttorio è stato avviato in collaborazione con gli uffici competenti della Commissione Europea e coinvolge le società Meta Platforms Inc., Meta Platforms Ireland Limited, WhatsApp Ireland Limited e Facebook Italy S.r.l.
Secondo la ricostruzione dell’AGCM, Meta avrebbe integrato l’IA senza esplicita richiesta da parte dell’utente, rendendola di fatto pre-installata, con un posizionamento grafico che ne favorisce l’utilizzo. Il rischio, sottolinea l’Autorità, è che la società possa “trascinare” la propria base utenti nel nuovo mercato dell’IA, non per meriti competitivi ma sfruttando la forza della propria piattaforma dominante.
Il potenziale danno riguarda anche l’effetto lock-in: una volta abituato a utilizzare l’IA integrata, l’utente potrebbe restare legato a Meta AI, la cui efficacia cresce nel tempo grazie all’accumulo di dati e interazioni personalizzate. Di fatto, una barriera all’ingresso per gli altri operatori che si affacciano al mercato.
Meta, dal canto suo, ha confermato di aver collaborato pienamente con le autorità e ha difeso la propria condotta affermando che l’integrazione dell’IA “è gratuita e consente agli utenti italiani di scegliere di usare un’intelligenza artificiale all’interno di un ambiente familiare e affidabile”.
Colpisce un altro elemento dell’inchiesta: interrogata sulla questione, la stessa IA di WhatsApp ha ammesso che l’indagine appare fondata. In una risposta fornita durante il test giornalistico, l’IA ha spiegato che, in assenza di ulteriori elementi, “l’Autorità Garante sembra avere motivi legittimi per indagare sulla questione”.
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