Assosoftware esce da Confindustria per rivendicare una rappresentanza “all’altezza del ruolo strategico che il settore ha per il Paese”. La decisione, annunciata dall’associazione che riunisce oltre 300 imprese del software applicativo e gestionale, tra cui gruppi come Zucchetti, SAP, Namirial, ADP e Buffetti, segna una frattura significativa nel sistema della rappresentanza industriale italiana. Un settore che, numeri alla mano, vale il 90% del mercato nazionale dell’It gestionale, impiega più di 140mila addetti e ha generato nel 2024 un fatturato di 66,7 miliardi di euro, secondo i dati del Politecnico di Milano.
Eppure, nonostante questi numeri e una crescita che nel segmento dei software gestionali corre al 23% annuo, il comparto continua a restare ai margini delle principali politiche pubbliche di incentivo agli investimenti. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’ennesima esclusione dal perimetro dell’iperammortamento previsto dalla legge di Bilancio 2026, che non contempla i software gestionali tra i beni agevolabili.
Secondo il presidente di Assosoftware, Pierfrancesco Angeleri, la scelta politica rischia di compromettere l’efficacia complessiva delle strategie di digitalizzazione del sistema produttivo. “Siamo stati esclusi prima da Transizione 4.0 e ora anche da Transizione 5.0”, spiega, “una decisione che ignora il fatto che il software gestionale è l’infrastruttura abilitante di qualsiasi processo di innovazione digitale”.
L’uscita da Confindustria arriva dopo una parentesi relativamente breve. Fondata nel 1994, Assosoftware aveva mantenuto la propria autonomia per 28 anni, scegliendo di entrare nella confederazione solo tre anni fa. Oggi la decisione di tornare sui propri passi viene definita “una scelta di responsabilità e autonomia, non di contrapposizione”, ma l’amarezza resta evidente.
Alla base della rottura c’è una lettura ormai superata dell’economia italiana. “L’Italia non è più un Paese prevalentemente manifatturiero, ma un’economia di servizi”, sottolinea Angeleri. “Senza politiche dedicate al software non ci sarà una vera digitalizzazione delle imprese, soprattutto delle Pmi”. Un paradosso, considerando che proprio le piccole e medie imprese rappresentano l’ossatura del sistema produttivo e che il software gestionale è lo strumento chiave per aumentare produttività, tracciabilità e sicurezza.
Non è mancata, in Parlamento, la consapevolezza del problema. Emendamenti bipartisan per includere i software gestionali nell’iperammortamento sono stati presentati, ma non hanno superato il vaglio finale. Una differenza marcata rispetto ad altri Paesi europei, come la Spagna, dove i voucher digitali hanno consentito a oltre 100mila Pmi di rinnovare sistemi informatici obsoleti. Una strada che Assosoftware chiede da tempo di replicare anche in Italia.
L’urgenza è evidente: molte imprese italiane utilizzano ancora software datati, incapaci di dialogare con cloud, intelligenza artificiale e sistemi avanzati di cybersicurezza, proprio mentre crescono i rischi informatici e la pressione competitiva internazionale.
Nei prossimi mesi l’associazione presenterà un Manifesto sul ruolo del software nella competitività italiana, con l’obiettivo di riportare il tema al centro del dibattito politico ed economico. Un segnale che va oltre la scelta organizzativa: la rottura con Confindustria diventa così il simbolo di una richiesta più ampia di ripensare le priorità della politica industriale italiana nell’era digitale.
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