L’escalation militare in Iran riporta l’Europa in una fase di forte incertezza energetica. Per l’Italia, Paese ancora dipendente dalle importazioni e con un tessuto produttivo energivoro, il conflitto comporta un rischio macroeconomico notevole che vuol dire prezzi più alti, inflazione in risalita nonché crescita in frenata.

L’annunciato blocco statunitense di Hormuz – stretto che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran e mette in comunicazione il Golfo di Oman con il Golfo Persico, e da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – rischia di devastare il mercato energetico e potrebbe far lievitare i prezzi dell’energia fino a oltre il +130% (nello scenario peggiore!).
Per le imprese italiane ciò potrebbe significare un nuovo aumento dei costi di produzione e la perdita di competitività sui mercati internazionali.

Negli ultimi giorni, come confermato da diversi analisti, il transito nello Stretto era già stato quasi del tutto paralizzato: non solo per i rischi militari, ma anche perché molte compagnie assicurative hanno sospeso le coperture necessarie alla navigazione in quell’area, rendendo di fatto impraticabile la rotta. Questo blocco irrigidisce i mercati energetici, alimentando nuove tensioni sia sul petrolio sia sul gas europeo.
La situazione è resa ancora più delicata dalla sospensione delle esportazioni di GNL – Gas Naturale Liquefatto – dal Qatar, uno dei fornitori più importanti per l’Italia: un elemento che accentua la fragilità del nostro equilibrio energetico.

Inflazione: il ritorno della pressione sui prezzi

Dopo mesi di tregua, l’inflazione rischia di aumentare di nuovo, trainata da energia ed alimentari.
Le nuove analisi macroeconomiche indicano che lo shock energetico rischia di frenare in modo significativo la crescita italiana, erodendo consumi ed investimenti e riportando l’inflazione su un sentiero ascendente.
Per famiglie e imprese l’impatto sarebbe immediato: bollette più alte, margini più stretti, costi di produzione in aumento. Le attività commerciali e i settori energivori, già provati dagli ultimi anni, si troverebbero ad affrontare un ulteriore incremento dei costi operativi, mentre i nuclei familiari dovrebbero assorbire rincari che incidono sul potere d’acquisto e sulla capacità di risparmio.
Con il protrarsi della crisi, ciò che oggi appare come un’emergenza rischierebbe di consolidarsi, diventando parte integrante del nostro orizzonte economico.

Cosa può fare l’Italia: le possibili contromisure

Alcune proiezioni di analisti finanziari basate sulle attuali tensioni geopolitiche prospettano preoccupanti scenari di instabilità.

Per fronteggiare questa fase ci sono attualmente sul tavolo diverse contromisure come il rafforzamento delle scorte strategiche, l’accelerazione sulle rinnovabili, i sostegni alle imprese energivore ed il coordinamento europeo per gli acquisti di gas.

Il governo sta valutando, infatti, un rafforzamento delle scorte strategiche, che oggi garantirebbero poco più di due mesi di autonomia petrolifera, anche se i rilasci emergenziali delle ultime settimane ne hanno già ridotto di molto la disponibilità.
In caso di blocco totale delle forniture, le riserve potrebbero coprire addirittura soltanto un mese di fabbisogno, motivo per cui è allo studio un piano di razionamento selettivo.
Parallelamente, la crisi mette in luce la necessità di accelerare la transizione: più rinnovabili ed un maggiore grado di elettrificazione dei consumi industriali e civili.
Sul fronte della diversificazione, l’Algeria – oggi primo fornitore di gas dell’Italia – assume un ruolo ancora più centrale, ma la crescente dipendenza dal GNL espone il Paese alla competizione globale con l’Asia. Per questo le imprese chiedono un coordinamento europeo più forte, capace di stabilizzare i prezzi e superare la logica emergenziale che aveva caratterizzato la crisi del 2022.
Misure tutte utili, ma probabilmente non risolutive nel breve periodo.

Un test di resilienza

La crisi iraniana ci sta ricordando quanto l’economia italiana resti legata a reti sottili che attraversano oceani e deserti.
Ogni volta che una di queste reti si tende, il sistema Paese è costretto a misurare la propria capacità di adattamento.

Mentre le imprese lo sanno bene, convivendo da anni con un mondo che cambia più in fretta dei cicli industriali, le famiglie lo percepiscono nei prezzi del carburante, nelle bollette e nel carrello della spesa.
E le istituzioni, ancora una volta, si trovano a dover bilanciare risposta immediata all’emergenza e strategia di lungo periodo.

Questa crisi, più delle precedenti, mostra quanto la sicurezza energetica non sia solo una questione di approvvigionamenti, ma di capacità di trasformazione del sistema produttivo.
La geopolitica continuerà a tendere le reti: la resilienza italiana dipenderà molto dalla rapidità con cui imprese e istituzioni sapranno investire in tecnologie, efficienza ed autonomia energetica.

L’Italia, che proprio nei periodi di maggiore incertezza ha spesso trovato la forza di reinventarsi, dovrà farlo anche stavolta, prima che l’onda lunga della geopolitica tocchi in profondità la nostra economia reale.

di Alessandra Romano


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