Decreto Flussi - lavoratori campi - agricoltura

Il Consiglio dei Ministri ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto 2 ottobre 2025, che definisce la programmazione dei flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028. Il piano prevede 164.850 ingressi nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028, per un totale di 497.550 nuovi permessi di lavoro subordinato, stagionale e autonomo.

Un aumento lieve ma costante che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe garantire una risposta programmata alla carenza di manodopera nei settori chiave dell’economia. Tuttavia, la misura — pur necessaria — si colloca in un contesto di politiche del lavoro ancora frammentarie, dove la gestione dell’immigrazione legale viene spesso utilizzata come strumento emergenziale più che come parte di una strategia strutturale di sviluppo e integrazione.

La crescita demografica negativa e il fabbisogno di personale in comparti come agricoltura, edilizia, logistica e assistenza sono realtà note da anni. Eppure, il decreto non chiarisce come il governo intenda garantire percorsi di formazione e inserimento per i nuovi lavoratori, né come evitare il rischio che l’aumento dei flussi legali finisca per alimentare nuove sacche di precarietà e sfruttamento.

Sul piano politico, il provvedimento rappresenta una mossa di equilibrio tra l’esigenza di rispondere alle imprese e la volontà di mantenere il controllo sul tema migratorio. Ma, ancora una volta, si evita di affrontare la questione più profonda: l’Italia non soffre solo di carenza di manodopera, ma di qualità del lavoro, con retribuzioni basse, formazione insufficiente e scarsa attrattività dei mestieri tecnici.

Il nuovo decreto flussi, dunque, appare come una risposta amministrativa a un problema economico e sociale complesso. Senza una politica coerente di integrazione e crescita, il rischio è che anche questa programmazione finisca per essere una misura tampone, più utile a riempire le statistiche che a cambiare la traiettoria del Paese.


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