Per due anni Donald Trump ha governato come se il Congresso fosse un dettaglio. Ieri gli elettori americani hanno ricordato che non lo è. Secondo la proiezione di NBC News, i democratici avranno il controllo di entrambe le Camere da gennaio, dopo aver strappato ai repubblicani sette seggi al Senato. La Associated Press ha assegnato la maggioranza al Senato ai democratici, mentre sulla Camera altre testate, tra cui CNN, hanno già proiettato la vittoria democratica. Con alcune sfide ancora aperte, il quadro finale potrà cambiare nei dettagli, ma non nella sostanza. Una doppia conquista del Congresso a metà mandato è un fatto raro: era successo solo quattro volte dalla Seconda guerra mondiale.
Che il partito del presidente perda terreno alle elezioni di metà mandato è quasi una regola. Ma qui non si parla di una normale correzione. I democratici hanno conquistato seggi in Iowa, Kansas, Maine, Ohio, North Carolina, South Carolina e Texas. Sono Stati che non si perdono per distrazione. In Kansas, dove l’ultimo senatore democratico risale al 1932, l’elezione di Adam Hamilton ha richiesto il voto di molti repubblicani, disposti a rinunciare alla maggioranza del proprio partito. Quando un elettore conservatore vota contro i suoi interessi di partito, è un segnale che va oltre la solita stanchezza.
Il tentativo di Trump di sfuggire alla responsabilità è stato visibile. Aveva detto agli elettori di fare finta che sulla scheda ci fosse lui. A urne chiuse, invece, ha preso le distanze dalle perdite crescenti del suo partito. È una scena già vista: il presidente rivendica le vittorie e delega le sconfitte. Ma non basta dire che si è altrove quando si è stati il tema centrale della campagna.
Poi c’è il capitolo finanziario: Elon Musk aveva versato almeno 276 milioni di dollari a gruppi repubblicani e al proprio comitato politico dalla scorsa estate, per un totale di circa 366 milioni nel ciclo elettorale, diventando il maggior donatore noto di queste elezioni. Stime successive riportate dalla stampa portano la cifra ad almeno 445 milioni. Le cifre divergono perché una parte dei fondi passa da organizzazioni che non rendono pubblici i donatori. Il suo comitato America PAC è stato attivo in sette Stati chiave per il Senato e in quasi tre dozzine di sfide alla Camera. Tra i seggi persi dai repubblicani c’è il Texas, dove Musk aveva sostenuto con dieci milioni di dollari un comitato a favore di Ken Paxton.
Il risultato è istruttivo. Nel 2024 il denaro di Musk fu raccontato come un moltiplicatore di consenso; nel 2026, con quasi mezzo miliardo di dollari al fianco dei repubblicani, ha prodotto una sconfitta su entrambi i fronti. È una lezione sul limite del capitale politico: i soldi comprano spazio, organizzazione e visibilità, ma non cambiano il giudizio di chi vota sul carovita, sulle scelte di governo e sul clima del Paese. Il commento di Musk dopo il voto, il primo pubblico, è stato un post su X sul fatto che i data center nello spazio gli sembrano ora piuttosto attraenti. L’ironia c’è, ma a un osservatore attento non sfugge anche il messaggio: quando la terra diventa troppo scomoda, si guarda altrove.
Per i mercati il punto non è chi abbia vinto, ma che cosa cambia. Da gennaio Trump avrà di fronte un Congresso in grado di bloccargli le leggi di spesa, di convocare audizioni e di rallentare ogni nomina. Per chi investe può significare meno colpi di scena e più prevedibilità, ma anche più scontri su bilancio e tetto del debito. Sono considerazioni mie, non dati: toccherà alle prossime sedute dire come la finanza prenderà questa nuova fase.
Resta una verità che i vincitori farebbero bene a ricordare. Le elezioni di metà mandato premiano chi non è al potere, e non sempre perché si è fatto apprezzare. Il consenso è una linea di credito, non una proprietà. Trump lo ha scoperto ieri; i democratici lo scopriranno quando dovranno governare.
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