Una legge di bilancio dovrebbe essere il momento in cui un governo dice al Paese cosa vuole essere. Quella del 2027 è già in fase di smentita. Pochi giorni dopo l’approvazione, i partiti della maggioranza sono pronti a stravolgerla come se fossero all’opposizione, scaricando la responsabilità sul ministro dell’Economia. La Lega vorrebbe cancellare i tagli alla scuola e Fratelli d’Italia valuta il rilancio del condono edilizio, secondo Domani, giornale non certo equidistante. Salvini dice di non sapere nulla dei tagli. Il Pd gli ricorda che la manovra porta la firma di Giorgetti e che i tagli colpiscono il ministero di Valditara: due ministri della Lega. Un leader che vota un testo senza conoscerlo, o che lo conosce e finge il contrario, non ci lascia una buona alternativa.
Il ministro dell’Economia, intanto, difende la prudenza. Giorgetti ha detto che la manovra è più prudente di quanto molti avrebbero voluto e che, escludendo la spesa coperta dalla clausola per difesa ed energia, il disavanzo resterà sotto il 3%. È una formula ingegnosa: il deficit è sotto controllo, purché si tolga ciò che lo fa salire. Il Parlamento ha dato il via libera a uno scostamento da 29 miliardi per energia e difesa. Sempre secondo Avvenire, nel congelatore è finita la misura più sbandierata, il passaggio della fascia di reddito 50-60 mila euro all’aliquota Irpef del 33%. Nel frattempo si trova spazio per altro. Meloni ha presentato una card da 300 euro per le spese sanitarie degli over 75, platea di 5,5 milioni di persone. Intanto si chiede alle banche, che lo Stato ha aiutato in passato, di aiutare a loro volta lo Stato nel “miglio decisivo”. Chi ha buona memoria ricorderà quanti governi hanno scoperto, a fine legislatura, il senso civico del sistema bancario.
Sarebbe comodo, a questo punto, concludere che il problema sia solo di chi governa. Non lo è. L’opposizione, che dovrebbe offrire un’alternativa, è occupata a discutere con se stessa. Conte ha dichiarato che con Renzi nella coalizione non manderebbero mai a casa Meloni, e che lui e Schlein tenderanno a valorizzare le differenze più degli elementi unitari. È una franchezza rara: l’alternativa al governo non è ancora riuscita a mettersi d’accordo su chi può sedersi al tavolo. Si prepara a chiedere il voto degli italiani prima ancora di aver chiarito a se stessa chi è.
Il quadro è quello di un Paese descritto come in crescita modesta, con debito pubblico elevato e relativa stabilità politica. Chiunque abbia studiato un bilancio sa che questa è la fotografia di un’economia che ha bisogno di scelte difficili: produttività, politica industriale, spesa pubblica da riqualificare, un fisco che premi chi produce. Sono scelte che non fanno guadagnare consenso in tre mesi e perdono voti in sei. Perciò maggioranza e opposizione condividono, con stili diversi, la stessa strategia: un bonus qui, un condono là, un’aliquota promessa e poi rinviata, e la responsabilità sempre assegnata a qualcun altro.
Questa è l’ultima manovra della legislatura, quindi la più elettorale. Chi la scrive la tratta come un biglietto da visita, chi la contesta come un’arma, e nessuno la tratta come ciò che dovrebbe essere: un impegno con chi tra dieci anni pagherà il conto. Gli italiani si accorgono di tutto questo e non hanno bisogno di editorialisti per farlo. Votano sempre meno, e il fatto che la politica se ne stupisca ancora è forse la prova più eloquente della distanza.
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