Acciaio a caldo Ex Ilva di Taranto

Il tavolo sull’ex Ilva apre alle 11 di martedì 28 luglio nella Sala Verde di Palazzo Chigi. Presiede il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Con lui i ministri Urso (Imprese), Calderone (Lavoro) e Pichetto (Ambiente), i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e l’ad di Invitalia.

Questa volta, però, non può essere l’ennesima riunione interlocutoria. Dopo mesi di indiscrezioni e rinvii, il Governo dovrà dire quale futuro intende costruire per il più importante gruppo siderurgico italiano.

Ex Ilva: perché il 28 luglio è il giorno della verità?

Sono ormai due anni che è aperta la procedura di vendita dell’ex Ilva. L’azienda deve uscire dall’amministrazione straordinaria, serve un investitore privato per il rilancio e gli aiuti pubblici stanno per esaurirsi.

Sul fronte finanziario, il quadro è critico.
A breve lo Stato erogherà gli ultimi 140 milioni del prestito ponte autorizzato mesi fa dalla UE, che aveva fissato un limite massimo di 390 milioni per consentire il passaggio della società al privato.
Dopo, non ci sarà altro.

Secondo fonti del Mimit, Jindal è l’unica proposta concreta presente al momento sul tavolo.
Il gruppo indiano era già comparso al primo bando dell’estate 2024, poi si era ritirato per rientrare nel marzo 2026 con una nuova offerta vincolante.
L’accelerazione impressa nelle ultime settimane segnala la volontà dell’esecutivo di chiudere la partita: i commissari straordinari hanno ricevuto dal Mimit l’indicazione di arrivare alla conclusione del negoziato con l’unico interlocutore rimasto.

Il piano Jindal spaventa i sindacati: 4.000 esuberi nel mirino

I numeri del progetto Jindal, così come circolano, allarmare i lavoratori.
Il piano del gruppo indiano prevederebbe il taglio di circa 4.000 dipendenti, di cui 3.500 a Taranto, da destinare alla cassa integrazione. La produzione si limiterebbe a due milioni di tonnellate, importandone quattro milioni dall’acciaieria dell’Oman per farli lavorare a Taranto.

Secondo il piano Jindal, gran parte dell’area a caldo verrebbe smantellata, con costi che il gruppo ritiene debbano essere sostenuti dallo Stato.

La situazione attuale dello stabilimento è già precaria.