Il Senato ha approvato la legge di Bilancio con il voto di fiducia al maxi-emendamento del governo, segnando un passaggio cruciale nell’iter della manovra che ora approda alla Camera per l’esame finale. I voti favorevoli sono stati 110, i contrari 66, con due astenuti, mentre sulla fiducia i sì sono saliti a 113. Una prova di compattezza per la maggioranza, ma anche una seduta segnata da forti tensioni politiche, proteste delle opposizioni e cartelli esposti in Aula.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato la portata complessiva dell’intervento, spiegando che la manovra vale circa 22 miliardi di euro, in aumento rispetto all’impianto iniziale da 18,7 miliardi grazie agli ultimi correttivi. Le risorse aggiuntive sono state indirizzate in particolare a Transizione 5.0, Zona economica speciale unica per il Mezzogiorno e adeguamento dei prezzi nei contratti pubblici, temi considerati strategici per sostenere investimenti e competitività.
Dal punto di vista macroeconomico, l’impostazione resta improntata alla prudenza sui conti pubblici, con l’obiettivo di consolidare la credibilità finanziaria del Paese e accompagnare l’uscita dalla procedura di infrazione europea. Una linea che il governo considera necessaria, ma che le opposizioni giudicano insufficiente rispetto alle sfide strutturali su crescita, salari e welfare.
Sul fronte del lavoro, l’esecutivo mette in evidenza alcune misure simboliche: la tassazione agevolata al 5% sugli aumenti contrattuali per i redditi più bassi e l’imposta all’1% sui premi di produttività, scelte che secondo Giorgetti segnano un cambio di passo nel rapporto tra fisco e lavoro dipendente. Restano invece fuori dal testo finale alcune norme controverse, stralciate in Commissione Bilancio, tra cui quella che avrebbe limitato il recupero degli arretrati per i lavoratori sottopagati e disposizioni sulle cosiddette “porte girevoli” nella pubblica amministrazione.
La manovra interviene anche su industria e imprese, con il rifinanziamento degli incentivi per la trasformazione digitale e green, e sulla sanità, con risorse in aumento rispetto all’inflazione programmata. Tuttavia, secondo una parte delle opposizioni e delle forze centriste, manca una strategia industriale di lungo periodo, soprattutto in un contesto segnato da transizione energetica, crisi demografica e competizione globale.
Non sono mancate le critiche dai territori. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha parlato di una città “non nel cuore del governo”, denunciando tagli al trasporto pubblico e risorse insufficienti per la sicurezza urbana, in particolare in vista delle Olimpiadi. Un segnale delle tensioni tra livello nazionale e amministrazioni locali, che attraversano l’intera manovra.
Il confronto politico è stato aspro. Dal Pd al Movimento 5 Stelle, da Avs a Italia Viva, la legge di Bilancio è stata definita “senza anima”, “classista” e priva di visione, accusata di penalizzare pensionati, lavoratori e Mezzogiorno. Più articolata la posizione di Azione, che riconosce alcuni elementi condivisibili ma denuncia l’assenza di una vera strategia su salari, giovani, donne e difesa.
Con il passaggio alla Camera, la manovra entra ora nella fase finale. Il tempo è ristretto e i margini di modifica limitati, ma il voto definitivo rappresenterà un banco di prova politico per la maggioranza e un test sulla capacità del governo di tenere insieme rigore finanziario e risposte sociali in un quadro economico ancora fragile.
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