Un uomo di 35 anni è morto a Napoli mentre veniva trasportato in ospedale, dopo essere stato colpito con un taser durante un intervento dei Carabinieri.
Secondo le prime ricostruzioni, i militari erano intervenuti in seguito alla segnalazione di una lite in famiglia. L’uomo, alla vista delle forze dell’ordine, avrebbe opposto resistenza, costringendo i Carabinieri a utilizzare il dispositivo elettrico dopo diversi tentativi falliti di contenerlo.
Fonti investigative riferiscono che l’uso del taser è avvenuto seguendo le procedure previste dalla legge, ma la dinamica dei fatti e le cause del decesso sono ora al centro delle indagini. Il 35enne sarebbe deceduto durante il trasporto in ambulanza, poco dopo essere stato immobilizzato.
Il caso ha immediatamente riacceso il dibattito politico e istituzionale sull’uso del taser da parte delle forze dell’ordine, già oggetto di discussione negli ultimi mesi.
Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha scritto su X:
“Da mesi chiediamo al ministro Piantedosi una cosa semplice e di buonsenso: verificare l’uso del taser, renderlo sicuro, dare un protocollo chiaro a chi lo impugna. Non è una richiesta contro la sicurezza — è una richiesta per la sicurezza. Perché sicurezza significa anche non morire durante un intervento”.
Magi ha aggiunto che “non si difendono così né le vite umane, né l’onorabilità delle nostre Forze dell’ordine”, chiedendo al ministro dell’Interno di sospendere l’utilizzo del dispositivo fino a una revisione dei protocolli.
Sulla stessa linea il senatore Filippo Sensi (PD), che ha parlato di “ennesimo decesso dopo l’uso del taser” e di “strumento letale che non protegge la sicurezza dei cittadini”.
Il Ministero dell’Interno al momento non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma secondo fonti interne sarebbe già stato disposto un rapporto dettagliato sull’accaduto, in attesa delle verifiche della magistratura.
Il caso di Napoli si aggiunge ad altri episodi analoghi che negli ultimi mesi hanno spinto giuristi, sindacati e associazioni per i diritti civili a chiedere una revisione complessiva dell’impiego dei taser, invocando un equilibrio tra esigenze operative e tutela della vita umana.
“Il taser in Italia: tra necessità operativa e dubbi di sicurezza”
Il taser (acronimo di Thomas A. Swift’s Electric Rifle) è un dispositivo a impulsi elettrici utilizzato dalle forze dell’ordine per immobilizzare temporaneamente una persona tramite scosse di bassa intensità. In Italia è stato introdotto in via sperimentale nel 2018, poi autorizzato in modo stabile nel 2021, e successivamente esteso nel 2022 alle Polizie locali delle grandi città.
Secondo il Ministero dell’Interno, lo strumento è destinato a ridurre il ricorso alle armi da fuoco, consentendo interventi più rapidi e meno letali. Tuttavia, organizzazioni per i diritti umani e parte del mondo medico hanno più volte segnalato i rischi legati all’utilizzo del dispositivo, soprattutto in soggetti affetti da patologie cardiache o in situazioni di stress fisico elevato.
In Italia, il protocollo operativo prevede che il taser venga impiegato solo in caso di pericolo concreto per l’incolumità dell’agente o di terzi, e che ogni uso sia accompagnato da una relazione dettagliata e una verifica successiva.
Secondo i dati diffusi dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, dal 2021 a oggi si contano oltre 1.200 utilizzi del taser, nella maggior parte dei casi senza conseguenze gravi. Tuttavia, almeno cinque decessi registrati in circostanze successive all’uso del dispositivo hanno spinto parte del Parlamento a chiedere una revisione dei protocolli, anche alla luce delle linee guida internazionali dell’ONU, che raccomandano un monitoraggio costante sugli effetti fisici di tali strumenti.
Il dibattito resta aperto: strumento di dissuasione o rischio per la vita? La risposta, oggi, sembra ancora sospesa tra le esigenze di sicurezza e i diritti fondamentali della persona.
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