A Niscemi la crisi ambientale si trasforma rapidamente in emergenza sociale, economica e politica. La frana che da giorni interessa il territorio del comune nisseno continua ad avanzare senza sosta, coinvolgendo un fronte di circa quattro chilometri e costringendo oltre 1.500 persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Secondo le autorità della Protezione civile, la situazione è destinata a lasciare segni permanenti: molti sfollati non potranno più fare ritorno a casa.
Il capo del Dipartimento nazionale della Protezione civile, Fabio Ciciliano, dopo un sopralluogo con la componente scientifica del centro di competenza, ha parlato senza mezzi termini di un fenomeno che va oltre l’emergenza contingente. “L’intera collina sta crollando sulla piana di Gela”, ha dichiarato, spiegando che la priorità sarà ora la definizione di un piano di delocalizzazione definitiva per chi viveva nell’area colpita. Al momento, l’accesso alla zona rossa resta interdetto anche alle squadre operative, in attesa che si completi il deflusso dell’acqua che continua ad alimentare il movimento franoso. Proprio per questo, una stima dei danni non è ancora possibile.
Quando le condizioni lo consentiranno, verrà avviata anche una verifica sugli edifici coinvolti, per accertare l’eventuale presenza di abusi edilizi. Dal Comune, tuttavia, si sottolinea che molti immobili risalgono a un periodo precedente al 1977, quando il regime delle concessioni edilizie non era ancora in vigore, riducendo la probabilità di irregolarità formali.
Sul fronte dell’assistenza alla popolazione, la Regione Siciliana ha assicurato un intervento diretto. Il presidente Renato Schifani ha annunciato un piano di ricollocazione in nuovi alloggi o in immobili già disponibili per chi non potrà rientrare nelle proprie case. Parallelamente, è in via di attivazione il contributo di autonoma sistemazione, che garantirà fino a 900 euro mensili per nucleo familiare, in base alla composizione della famiglia, una volta completate le ordinanze di sgombero. Resta però l’incertezza sui tempi di erogazione, elemento che alimenta la tensione tra gli sfollati, alcuni dei quali hanno protestato davanti al municipio.
La vicenda ha assunto anche una forte dimensione politica nazionale. A Niscemi è arrivata la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, che ha chiesto un cambio radicale nelle priorità di spesa pubblica. “Serve dirottare un miliardo di euro destinato a infrastrutture inutili come il Ponte sullo Stretto per sostenere le aree colpite dal maltempo”, ha dichiarato, rilanciando il tema della prevenzione del dissesto idrogeologico come investimento strategico e non emergenziale.
La frana di oggi riapre una ferita mai davvero rimarginata. Niscemi rivive l’incubo del 1997, quando un evento simile colpì gli stessi quartieri – Sante Croci, Pirillo e Canalicchio – provocando centinaia di sfollati, demolizioni e uno stato di emergenza durato anni. All’epoca si parlò di degrado territoriale e cattiva amministrazione in un’area sottoposta a vincolo geologico, e molte di quelle criticità sembrano ripresentarsi oggi, aggravate dagli effetti del cambiamento climatico e da una gestione del territorio che non ha risolto le fragilità strutturali.
Le conseguenze economiche iniziano già a farsi sentire, in particolare nel comparto agricolo. Coldiretti lancia l’allarme su una situazione definita “drammatica”: le aziende sono costrette a percorsi alternativi che allungano di decine di chilometri i tragitti, facendo lievitare i costi di produzione e logistica. Gli ortaggi raccolti devono affrontare viaggi più lunghi prima di raggiungere i centri di stoccaggio, con un impatto diretto sulla competitività delle imprese locali. L’organizzazione agricola ha offerto mezzi e supporto operativo per liberare le strade, segnale di una comunità che tenta di reagire mentre le istituzioni cercano soluzioni strutturali.
Niscemi diventa così un caso emblematico del legame tra dissesto idrogeologico, politiche pubbliche e sviluppo economico, mostrando come l’assenza di prevenzione trasformi eventi naturali in crisi di sistema, con costi umani e finanziari destinati a protrarsi ben oltre l’emergenza immediata.
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