Tre mesi in più. Ancora. Non oggi, non domani, ma dal 2029. È così che il sistema pensionistico italiano continua a essere riformato: non con strappi, ma con micro-scatti, apparentemente tecnici, quasi invisibili. L’ultimo Rapporto della Ragioneria dello Stato, anticipato dal Sole 24 Ore, certifica che i requisiti anagrafici e contributivi per il pensionamento potrebbero aumentare di ulteriori tre mesi rispetto a quanto già previsto. Un dettaglio? Solo in apparenza.
Il principio della rana bollita descrive perfettamente ciò che sta accadendo. Se una rana viene gettata in acqua bollente, reagisce immediatamente. Se invece l’acqua viene riscaldata lentamente, la rana si adatta, non percepisce il pericolo e finisce per soccombere. Così funziona oggi il dibattito sulle pensioni: l’età pensionabile non viene alzata di colpo, ma mese dopo mese, in nome di proiezioni demografiche, scenari mediani e automatismi statistici.
Dal 2029, secondo lo scenario Istat base 2024, la pensione di vecchiaia salirebbe a 67 anni e 6 mesi, mentre quella anticipata richiederebbe 43 anni e 4 mesi di contributi (uno in meno per le donne). Tre mesi in più rispetto alle stime precedenti. Tre mesi che si sommano a quelli già accumulati negli ultimi quindici anni. Tre mesi che, presi singolarmente, non provocano proteste di piazza, ma che nel loro insieme ridisegnano in profondità il patto sociale.
Il problema non è solo numerico. È politico e culturale. Perché mentre l’età pensionabile sale con regolarità quasi automatica, il mercato del lavoro resta fragile, frammentato, intermittente. Si chiede alle persone di lavorare più a lungo, ma senza garantire carriere continue, salari adeguati, tutela della salute e reale occupabilità oltre i 60 anni. La rana viene invitata a restare nell’acqua, con la rassicurazione implicita che “non è poi così calda”.
Il ricorso agli automatismi Istat serve a depoliticizzare la scelta. Non decide il governo, non decide il Parlamento: “decidono i dati”. Ma i dati non sono neutri, e soprattutto non sono un destino. Sono una fotografia di tendenze che potrebbero essere corrette con politiche attive su natalità, immigrazione qualificata, produttività, occupazione femminile e giovanile. Invece, la scorciatoia resta sempre la stessa: lavorare più a lungo.
C’è poi un tema di equità generazionale che continua a essere eluso. Le generazioni più giovani, entrate tardi e in modo discontinuo nel mercato del lavoro, rischiano di non raggiungere mai i requisiti contributivi, mentre quelle più anziane vedono slittare progressivamente l’uscita dal lavoro. Nessuno viene gettato nell’acqua bollente, ma tutti restano immersi in un sistema che lentamente alza la temperatura.
Il vero rischio del principio della rana bollita è che la gradualità, presentata come prudenza tecnica, si trasformi in un’anestesia collettiva. Ogni aggiornamento appare marginale, ogni rinvio temporaneo, fino a quando il sistema non diventa socialmente insostenibile. E allora sì, la rana proverà a saltare fuori. Ma potrebbe essere troppo tardi.
Il dibattito sulle pensioni meriterebbe chiarezza e onestà: dire esplicitamente ai cittadini dove si vuole arrivare, con quali strumenti e con quali compensazioni. Continuare a scaldare l’acqua senza dirlo non è riformismo responsabile. È solo un modo elegante per rimandare il conflitto sociale al futuro.
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