La manovra 2026 riaccende il dibattito sul finanziamento della sanità pubblica italiana. Le nuove stime contenute nel Disegno di Legge di Bilancio hanno sollevato forti critiche da parte dei sindacati e delle organizzazioni del settore, che parlano apertamente di definanziamento strutturale del Servizio sanitario nazionale (Ssn).
Secondo la Cgil, le risorse stanziate “sono del tutto insufficienti ad affrontare il drammatico sottofinanziamento della sanità pubblica”. La segretaria confederale Daniela Barbaresi sottolinea che, dal 2022, “il Governo ha ridotto di quasi mezzo punto di Pil il finanziamento alla sanità, pari a circa 9 miliardi di euro in meno ogni anno”.
Le cifre parlano chiaro: il Fabbisogno Sanitario Nazionale sarà di 136,5 miliardi nel 2025 (pari al 6,05% del Pil) e salirà a 142,9 miliardi nel 2026 (6,15%). Tuttavia, in rapporto al Pil, il finanziamento resterà “inadeguato, toccando nel 2028 il minimo storico del 5,93%”, spiega Barbaresi. Il sindacato chiede un incremento di oltre 10 miliardi di euro nel 2026, da destinare al potenziamento dei servizi e al reclutamento di personale sanitario.
Preoccupazioni condivise anche dalla Fondazione Gimbe, che parla di una perdita complessiva di 17,5 miliardi di euro nel periodo 2023-2026, rispetto a quanto si sarebbe ottenuto mantenendo i livelli di finanziamento del 2022. “A fronte di miliardi sbandierati in valore assoluto – afferma il presidente Nino Cartabellotta – la sanità pubblica ha perso in quattro anni l’equivalente di una legge di bilancio”.
Dietro l’aumento nominale delle risorse, si nasconde una realtà diversa: una riduzione progressiva del peso del Ssn sul Pil, dal 6,3% nel 2022 al 5,93% previsto per il 2028. Inoltre, 430 milioni dei fondi annunciati deriverebbero da stanziamenti già previsti in precedenti provvedimenti, segnalando un rischio di sovrapposizione contabile più che di reale incremento.
Anche il mondo dell’industria e delle professioni sanitarie lancia segnali d’allarme. Il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, riconosce alcuni aspetti positivi della manovra, ma avverte: “Il risultato complessivo non è sufficiente a mantenere l’Italia attrattiva”. Cattani propone un aumento del tetto per gli acquisti diretti di almeno lo 0,5%, l’esclusione dei plasmaderivati dal conteggio della spesa e il superamento strutturale del payback, con un sistema che premi il valore terapeutico dei farmaci.
In audizione, la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), Barbara Mangiacavalli, ha chiesto maggiore chiarezza sulla destinazione dei fondi per le assunzioni, temendo una distribuzione disomogenea tra Regioni e profili professionali. “Serve un piano strutturale di investimento sulla professione – ha dichiarato – che valorizzi formazione, sviluppo di carriera e percorsi specialistici”.
Il nodo resta quello delle risorse effettive: tra vincoli di bilancio e priorità politiche, il rischio è che il Servizio sanitario nazionale perda capacità operativa, riducendo la qualità e l’universalità delle prestazioni. Una prospettiva che, secondo esperti e operatori, richiede un cambio di passo immediato per evitare che la sanità pubblica scivoli verso un modello sempre più frammentato e privatizzato.
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