Le tensioni geopolitiche nell’area del Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del traffico energetico mondiale, stanno generando uno shock economico che si riflette sull’intero sistema produttivo italiano. Nel nuovo Comunica della SVIMEZ, l’Associazione analizza gli effetti del rincaro energetico distinguendo tra Centro‑Nord e Mezzogiorno, delineando due scenari previsivi basati sulla durata del conflitto: uno di tre mesi e uno di sei mesi.
L’interruzione dei traffici marittimi ha provocato una rapida impennata del prezzo del petrolio, passato dai 70 dollari al barile di fine febbraio ai 100 dollari, con picchi fino a 120 dollari. Si tratta di un incremento di circa il 50% in poche settimane, che si trasmette all’economia non solo attraverso i carburanti, ma anche tramite i beni energetici importati, i beni intermedi e i beni di consumo, in un contesto di catene globali del valore già stressate.
Secondo la SVIMEZ, lo shock presenta caratteristiche strutturali, simili a quelle osservate dopo la crisi ucraina: la riduzione dell’offerta energetica globale e la fragilità delle catene di approvvigionamento asiatiche amplificano l’aumento dei prezzi e ne rallentano il rientro. I beni intermedi, in particolare, mostrano una maggiore vischiosità, con effetti più marcati sulle regioni industriali del Centro‑Nord.
Nel 2026, l’impatto sul PIL varia in base alla durata dello shock. Nello scenario più breve, la contrazione nazionale è pari a –0,3 punti percentuali, mentre in quello più lungo arriva a –0,5 punti. Il Centro‑Nord risulta più esposto: la riduzione dell’attività industriale raggiunge –0,3 punti nello scenario favorevole e –0,6 in quello avverso. Nel Mezzogiorno, invece, il calo è più contenuto (–0,1 e –0,2), grazie a una minore dipendenza dai beni intermedi importati.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione cresce in modo significativo: +0,8 punti nel Centro‑Nord e +0,7 nel Sud nello scenario breve, fino a +1,7 e +1,5 nello scenario lungo. L’aumento dei prezzi erode il potere d’acquisto delle famiglie, con effetti più intensi nel Mezzogiorno, dove i consumi essenziali pesano maggiormente sul budget familiare. Nel 2026, la spesa delle famiglie cala di –0,1% nel Centro‑Nord e –0,3% nel Sud, con un peggioramento a –0,2% e –0,5% nello scenario a sei mesi.
Il quadro si complica ulteriormente nel 2027, quando gli effetti dello shock si manifestano in modo più evidente sul Mezzogiorno. La SVIMEZ evidenzia che la maggiore rigidità dei prezzi nel Sud – dovuta a una produttività più bassa e a una struttura dei servizi più frammentata – prolunga l’impatto inflattivo oltre l’anno dello shock. Nel 2027, i prezzi al consumo nel Mezzogiorno aumentano di ulteriori 0,4 punti, mentre nel Centro‑Nord il processo di traslazione si esaurisce.
La conseguenza è una riduzione più marcata dei consumi meridionali (–0,5% contro –0,2% nel Centro‑Nord), che si riflette direttamente sul PIL: il Mezzogiorno perde due decimi di punto, mentre nel resto del Paese l’impatto è nullo grazie alla ripresa dell’attività industriale.
Il nuovo rapporto SVIMEZ conferma dunque che lo shock energetico non colpisce in modo uniforme il Paese. Nel breve periodo soffre l’industria del Centro‑Nord, ma nel medio periodo è il Mezzogiorno a pagare il prezzo più alto, con effetti persistenti su inflazione, consumi e crescita.
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