Il sistema universitario italiano si presenta nel 2024 con numeri in forte espansione e con un riequilibrio interno che segna un passaggio strutturale. Secondo l’addendum dell’Area Studi di Mediobanca dedicato ai profili economico-finanziari degli atenei non statali, i proventi operativi complessivi hanno raggiunto 19,5 miliardi di euro, in crescita del 6,8% medio annuo dal 2019. È un’accelerazione che ridisegna la geografia economica dell’istruzione terziaria, con un protagonismo crescente delle università telematiche.
L’ossatura del sistema resta saldamente pubblica: l’85,2% dei proventi fa capo agli atenei statali, sebbene in calo rispetto all’87,3% del 2019. Il comparto non statale rappresenta il restante 14,8%, ma al suo interno si osserva un mutamento significativo: le università private tradizionali scendono al 9,7%, mentre le telematiche salgono al 5,1% dei proventi complessivi, raddoppiando la loro incidenza rispetto al 2019. Un dato che riflette una dinamica di crescita nettamente superiore: i ricavi degli atenei a distanza aumentano infatti del 23,6% medio annuo, contro circa il 6% degli altri istituti.
Il cambiamento appare ancora più evidente sul piano della redditività. Nel 2024 gli utili aggregati del sistema superano 1,088 miliardi di euro, con una crescita media annua dell’11,5% dal 2019. Gli atenei statali migliorano del 7,1%, le università private tradizionali del 13,7%, ma sono ancora una volta le telematiche a registrare l’espansione più marcata: +38,2% medio annuo. Il risultato è che le università online chiudono il 2024 con 234,9 milioni di utili, il doppio rispetto ai 114,2 milioni delle private tradizionali.
Nel 2019 la situazione era opposta: le telematiche generavano 46,6 milioni di utili contro i 60,1 milioni delle università libere. Oggi gli equilibri sono radicalmente mutati. Se cinque anni fa gli atenei statali concentravano l’83,1% degli utili del sistema, nel 2024 il loro peso si riduce al 67,9%. La quota delle università private tradizionali cresce marginalmente, dal 9,5% al 10,5%, mentre quella delle telematiche quasi triplica, passando dal 7,4% al 21,6%. In altri termini, pur generando appena un ventesimo dei proventi complessivi, gli atenei a distanza intercettano oltre un quinto degli utili totali.
La chiave di questa performance risiede nei margini operativi. Nel periodo 2019-2024 il rapporto tra risultato operativo e proventi, assimilabile all’ebit margin, si attesta in media al 9,2% per l’intero sistema. Le università statali registrano un 8,6%, le private tradizionali un 4,7%, mentre le telematiche si collocano su un impressionante 33,5% medio, pari a 3,9 volte le statali e 7,2 volte le private. Anche considerando il 2024, anno in cui il margine delle telematiche scende al 31,5% dal picco del 35,9% del 2023, il differenziale resta ampio.
Alla base di tale redditività vi è una struttura dei costi estremamente leggera. Nel periodo 2019-2024 i costi operativi medi per studente delle telematiche sono pari a 1.839 euro, contro 8.186 euro delle statali e 12.662 euro delle private tradizionali. Significa che un ateneo online sostiene costi per iscritto pari al 14,5% di quelli delle private e al 22,5% di quelli delle statali. Nonostante rette più contenute, il margine operativo per studente risulta superiore: 927 euro per le telematiche, contro 765 delle statali e 623 delle private. Un modello industriale che combina scalabilità tecnologica e contenimento delle spese di struttura.
Anche la struttura del mercato appare concentrata. Tra le venti università private tradizionali, le prime due – Università Cattolica del Sacro Cuore e Università Bocconi – rappresentano insieme il 46,9% dei proventi del segmento, con rispettivamente 546,6 e 340,6 milioni di euro. Seguono la Luiss Guido Carli e l’Università Vita-Salute San Raffaele, che portano al 62,5% la quota dei primi quattro operatori.
Nel comparto telematico la concentrazione è ancora più marcata. Università Telematica Pegaso detiene il 33,1% dei proventi (333,1 milioni), seguita da Università eCampus con il 31,6% (317,9 milioni). Il gruppo Multiversity, controllato dal fondo CVC Capital Partners, aggrega Pegaso, Universitas Mercatorum e Università San Raffaele Roma, arrivando a superare il 50% del mercato telematico con oltre 511 milioni di proventi.
Accanto ai numeri finanziari, emergono elementi strutturali che delineano un modello distinto. L’età media dei docenti nelle telematiche è di 46,1 anni, inferiore ai 49,9 delle non statali e ai 51,1 delle statali. Anche nelle fasce accademiche superiori si osserva un divario anagrafico significativo, indicativo di un corpo docente mediamente più giovane.
Sul versante della domanda, il 59,2% degli immatricolati delle telematiche è costituito da “immatricolati puri”, quota inferiore rispetto al 79,2% delle statali e all’84,1% delle private tradizionali, ma in aumento di 11,7 punti dal 2019. Il dato suggerisce una forte presenza di studenti che rientrano nel sistema universitario dopo esperienze precedenti, coerentemente con la flessibilità dell’offerta a distanza. La percentuale di studenti in corso raggiunge l’84,6%, superiore alle statali e intermedia rispetto alle private tradizionali, mentre migliora anche la capacità di maturare crediti nei tempi previsti.
Il quadro che emerge è quello di un sistema universitario a doppia velocità. Da un lato, gli atenei tradizionali – pubblici e privati – restano il perno dell’offerta formativa e della produzione di ricerca. Dall’altro, le università telematiche si affermano come un attore economico sempre più rilevante, capace di coniugare crescita dei ricavi, elevata redditività e ampliamento della platea studentesca. La questione che si apre, per la politica e per i regolatori, riguarda la sostenibilità di lungo periodo di questo modello e il suo impatto sugli equilibri complessivi del sistema universitario nazionale.
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