La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli accende i riflettori sui cantieri dell’Alta Velocità Napoli–Bari, una delle opere infrastrutturali più importanti del Mezzogiorno. L’inchiesta, che coinvolge 49 persone, ipotizza un sistema di presunte infiltrazioni camorristiche, mazzette e favoritismi negli appalti e nei subaffidamenti legati alla realizzazione della nuova tratta ferroviaria.
La Procura ha chiesto 41 misure cautelari: 37 arresti in carcere, 4 ai domiciliari e 4 divieti di dimora. Le accuse, contestate a vario titolo, spaziano dall’associazione mafiosa alla corruzione, fino alle frodi nella gestione dei lavori.
Secondo gli inquirenti, il sistema avrebbe condizionato l’assegnazione di commesse, pagamenti e rapporti tra imprese, con l’obiettivo di favorire soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata. L’indagine punta a ricostruire una rete di interessi che avrebbe inciso sulla regolarità dei cantieri e sulla trasparenza delle procedure.
La DDA ritiene che alcuni esponenti del clan Belforte, storicamente attivo nell’area casertana, avrebbero avuto un ruolo nel pilotare subaffidamenti e nel garantire vantaggi economici a imprese compiacenti. Le ordinanze delineano un quadro complesso, in cui affari, rapporti personali e presunti pagamenti illeciti avrebbero alimentato un meccanismo capace di interferire con la gestione dei lavori pubblici.
Le richieste cautelari ora passano al vaglio del giudice. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, come previsto dalla legge.
L’inchiesta apre un nuovo fronte sul tema della sicurezza degli appalti e della vulnerabilità delle grandi opere alle infiltrazioni criminali, un nodo che torna ciclicamente nelle infrastrutture strategiche del Paese.
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