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Il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo decreto Lavoro del 1° maggio, un provvedimento che interviene su tre assi centrali: salario giusto, incentivi all’occupazione e contrasto al caporalato digitale. La presidente del Consiglio ha annunciato una dotazione complessiva di circa un miliardo di euro, definendo il decreto “un modo per ringraziare gli italiani che contribuiscono ogni giorno alla crescita del Paese”.

Il cuore del provvedimento riguarda gli incentivi occupazionali, prorogati fino a fine anno e destinati a giovani under 35, donne svantaggiate e lavoratori assunti nelle aree ZES. La novità principale è che l’accesso ai benefici sarà consentito solo alle imprese che applicano un trattamento economico complessivo conforme ai contratti collettivi delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. In altre parole, chi utilizza contratti pirata o retribuzioni inferiori agli standard non potrà accedere ai fondi pubblici.

Il decreto introduce inoltre un incentivo per la trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti stabili, con risorse dedicate e l’obbligo di incremento occupazionale netto. La relazione tecnica stima oltre 52.000 nuove assunzioni solo per la componente giovani, con 497,5 milioni destinati a questa misura. Per le lavoratrici svantaggiate è previsto un esonero contributivo fino a 650 euro mensili, che sale a 800 euro nelle regioni ZES. Per gli under 35 il tetto è di 500 euro, elevabile a 650 euro in undici regioni del Centro‑Sud.

Un capitolo specifico riguarda il caporalato digitale, fenomeno che coinvolge in particolare i rider. Il decreto stabilisce che l’accesso alle piattaforme potrà avvenire solo tramite SPID, CIE, CNS o account con autenticazione a più fattori, impedendo la creazione di account multipli e l’assegnazione di incarichi incompatibili tra loro. Le violazioni comporteranno sanzioni, ancora da definire nei dettagli.

Sul fronte del salario giusto, il governo non ha esercitato la delega scaduta il 18 aprile, ma ha inserito nel decreto i criteri per definire il trattamento economico complessivo minimo. L’accesso ai benefici sarà consentito solo se il lavoratore percepisce un TEC non inferiore a quello previsto dai CCNL maggiormente rappresentativi, richiamando anche i contratti più applicati nei settori di riferimento.

Il testo definitivo elimina la norma circolata in una bozza precedente che prevedeva la retroattività degli aumenti contrattuali. Viene invece introdotto un meccanismo di anticipazione salariale: se un contratto collettivo non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni saranno adeguate al 30% della variazione IPCA, salvo diversa pattuizione. Le nuove regole si applicheranno ai contratti in scadenza dopo l’entrata in vigore del decreto, mentre per quelli già scaduti l’avvio è fissato al 1° gennaio 2027.

Il provvedimento ha suscitato reazioni immediate. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha criticato l’impianto del decreto sostenendo che “i lavoratori non prendono un euro” e che le risorse “vanno alle imprese”, mentre la priorità dovrebbe essere l’aumento dei salari e la riduzione della pressione fiscale sui dipendenti.

Nel Cdm sono stati inoltre esaminati il decreto legislativo sulle direttive UE in materia di parità di trattamento e lo schema di DPR sullo statuto dell’Agenzia italiana per la gioventù, completando un pacchetto di misure che il governo considera strategico per il mercato del lavoro e per la modernizzazione delle politiche sociali.

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