Al vertice NATO del 24-25 giugno, i Paesi alleati – Spagna esclusa – hanno formalmente assunto un impegno storico: portare la spesa combinata per difesa e sicurezza al 5% del PIL entro il 2035. Una svolta che punta a consolidare il fronte occidentale in un’epoca di guerre ravvicinate e minacce globali, ma che in Italia assume le forme inquietanti di una corsa armata senza bussola economica.
Nel nostro Paese, l’impegno tradotto in numeri vale almeno 100 miliardi in più in dieci anni: dai circa 45 miliardi attuali (2% del PIL) a 145 miliardi. Un aumento di 9-10 miliardi l’anno, stando ai dati dell’Osservatorio Milex. Eppure, a fronte di questo incremento, il Governo non ha ancora fornito alcuna garanzia su dove verranno reperite le risorse, né ha chiarito quali settori ne saranno eventualmente penalizzati.
La premier Giorgia Meloni, nelle sue comunicazioni al Parlamento, ha sostenuto che questi impegni “non distoglieranno neanche un euro dalle altre priorità del Governo”. Ma questa rassicurazione appare più come un artificio retorico che una promessa credibile. Nessun bilancio pubblico può sostenere un tale salto di spesa senza tagliare altrove, soprattutto in un Paese già zavorrato da un debito pubblico tra i più alti d’Europa e in procedura d’infrazione per deficit eccessivo.
Non è un caso che sia lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ad aver sollevato preoccupazioni sulle attuali regole del Patto di stabilità europeo, definendole “stupide e senza senso” se non saranno aggiornate per riconoscere la natura “emergenziale” delle nuove spese militari. In sostanza: o l’Europa cambia le regole, o l’Italia sarà costretta a fare scelte dolorose.
L’argomento “sicurezza” è stato esteso fino quasi a perdere senso: infrastrutture, cybersicurezza, intelligenza artificiale, innovazione, migrazione, difesa dei confini. Ma chiamare tutto “sicurezza” non basta per giustificare ogni tipo di investimento, e soprattutto non basta per mascherare il fatto che la coperta, oggi, è troppo corta.
Il quadro globale tracciato dal SIPRI mostra un’escalation senza precedenti: 2.718 miliardi di dollari di spese militari nel 2024 (+9,4% sul 2023), il massimo dalla fine della Guerra Fredda. Ma l’Italia non è la Cina, né gli Stati Uniti. Eppure si comporta come se potesse permettersi lo stesso passo.
L’assenza di una strategia economica chiara per sostenere questi impegni pone una questione centrale di democrazia economica: chi paga? La sanità pubblica? L’istruzione? Le infrastrutture civili? I servizi sociali?
L’aumento della spesa militare potrà anche essere graduale, ma senza una direzione politica e finanziaria trasparente, rischia di trasformarsi in una tassa occulta sullo Stato sociale. E a pagare saranno sempre i cittadini più fragili, proprio quelli che lo Stato dovrebbe difendere prima di tutto.
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