Cnel - salario minimo

Negli ultimi tredici anni l’Italia ha perso una quota impressionante della propria generazione più giovane e dinamica. Secondo il Rapporto Cnel 2025, presentato a Villa Lubin dal presidente Renato Brunetta, dal 2011 al 2024 hanno lasciato il Paese 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo netto negativo pari a -441mila unità. Solo nel 2024 il flusso in uscita ha toccato quota 78mila, con un saldo annuo di -61mila giovani.

Il dato più allarmante non è solo quantitativo, ma anche economico. Il Cnel stima in 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano perso dall’Italia nel periodo considerato. Di questi, 77 miliardi provengono dal Nord, mentre 58 miliardi dal Mezzogiorno, a conferma di uno svuotamento progressivo delle aree più fragili del Paese. Una perdita che pesa non solo sulle statistiche, ma sulle prospettive strutturali di crescita, produttività e innovazione.

Dal punto di vista territoriale, la migrazione giovanile interna continua a seguire una direttrice ben conosciuta. Dal Mezzogiorno al Centro-Nord si sono trasferiti, al netto dei rientri, 484mila giovani. Il flusso principale ha interessato il Nord-Ovest, con 240mila giovani, seguito dal Nord-Est con 163mila e dal Centro con 80mila. La Campania guida la triste classifica delle regioni in uscita con 158mila giovani, davanti a Sicilia (116mila) e Puglia (103mila). Sul fronte opposto, la Lombardia si conferma la principale regione attrattiva con 192mila ingressi netti, seguita da Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).

Il quadro si aggrava ulteriormente se si osserva il fenomeno dell’emigrazione all’estero. La prima destinazione dei giovani italiani è il Regno Unito, che intercetta il 26,5% dei flussi, seguita da Germania, Svizzera, Francia e Spagna. L’Italia, al contrario, risulta solo marginalmente attrattiva: appena l’1,9% dei giovani stranieri sceglie il nostro Paese, un dato inferiore persino a quello di economie più piccole come Danimarca e Svezia.

Particolarmente significativa è la composizione del capitale umano che lascia il Sud. Il valore economico del trasferimento verso il Nord nel periodo 2011-24 è stimato in 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi riferiti a giovani laureati, 55 miliardi ai diplomati e 14 miliardi ai non diplomati. Una dinamica che certifica come non siano solo le fasce più fragili a partire, ma soprattutto quelle più formate, su cui lo Stato ha già investito in istruzione e competenze.

Anche il dato di genere segnala un cambiamento profondo. Nel 2024 la quota femminile tra i giovani che hanno lasciato l’Italia ha raggiunto il 48,1%, in crescita rispetto alla media del 46,6% dell’intero periodo. Un segnale che indica come la mobilità non sia più solo maschile e che sempre più giovani donne scelgano di costruire la propria carriera fuori dai confini nazionali.

Per il presidente del Cnel Renato Brunetta, la questione non è solo demografica ma profondamente politica ed economica. «La scarsa attrattività dell’Italia per i giovani è la cartina di tornasole dei ritardi culturali ed economici che abbassano lo standard di vita di tutti», ha dichiarato. Rendere il Paese competitivo sul piano del lavoro, dell’innovazione, dei salari e della qualità della vita non è quindi solo una risposta alla fuga dei cervelli, ma una condizione per evitare un declino strutturale.

Il Rapporto restituisce l’immagine di un’Italia che investe in formazione ma non riesce a trattenere i suoi talenti. La combinazione di salari più bassi rispetto alla media europea, precarietà contrattuale, scarsa mobilità sociale e lentezze burocratiche continua a spingere i giovani verso sistemi economici più dinamici. Nel frattempo, il rischio è quello di un progressivo invecchiamento della popolazione attiva, con effetti diretti sulla sostenibilità del welfare, sulla produttività e sulla capacità di competere sui mercati globali.

La sfida, oggi, non è solo fermare la fuga, ma invertire il flusso, rendendo l’Italia capace di attirare giovani, capitale umano e investimenti. Senza questa svolta, avverte il Cnel, il Paese rischia di restare intrappolato in una traiettoria di crescita debole e disuguaglianze territoriali sempre più profonde.


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