L’inflazione italiana rallenta più del previsto, ma emergono segnali di pressione sui prezzi di fondo. Secondo i dati definitivi diffusi dall’ISTAT, a febbraio 2026 l’indice dei prezzi al consumo (NIC) registra un aumento dell’1,5% su base annua e dello 0,7% su base mensile, con una revisione al ribasso rispetto alle stime preliminari.
In precedenza, infatti, l’istituto di statistica aveva indicato un incremento del +1,6% annuo e +0,8% mensile, valori ora corretti alla luce dei dati consolidati. Anche il cosiddetto “carrello della spesa” viene rivisto al ribasso, passando dal +2,2% al +2,0%.
Il rallentamento dell’inflazione complessiva è spiegato principalmente dalla dinamica dei beni energetici. I prezzi del comparto registrano infatti una flessione significativa del 6,6%, contribuendo in modo determinante a contenere l’indice generale.
Tuttavia, al netto di questa componente, il quadro appare più complesso. L’inflazione di fondo, che esclude energetici e alimentari freschi, mostra una decisa accelerazione, salendo al 2,4% dall’1,7% di gennaio. Analogamente, l’indice depurato dai soli beni energetici cresce fino al 2,5%.
A sostenere la dinamica dei prezzi sono soprattutto i servizi. In particolare, si registra un aumento marcato per i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+4,9%), oltre che per i servizi legati ai trasporti (+2,9%). Anche gli alimentari non lavorati contribuiscono alla pressione inflazionistica, con un incremento del 3,7%.
Secondo l’ISTAT, la combinazione tra calo dei prezzi energetici e aumento dei servizi evidenzia una dinamica inflazionistica articolata, in cui la componente più volatile continua a frenare l’indice generale, mentre quella più strutturale mostra segnali di rafforzamento.
Il dato di febbraio conferma quindi un quadro in cui l’inflazione headline resta contenuta, ma persistono tensioni sui prezzi interni, con implicazioni rilevanti per il potere d’acquisto delle famiglie e per le scelte di politica economica nei prossimi mesi.
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