Un nuovo shock energetico potrebbe colpire l’agroalimentare italiano. È l’allarme lanciato da Coldiretti da Napoli, dove circa cinquemila agricoltori si sono riuniti per richiamare l’attenzione sulle conseguenze economiche del conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele e sulle criticità strutturali del mercato europeo.
Dal palco del Palapartenope, alla presenza del presidente Ettore Prandini, del segretario generale Vincenzo Gesmundo, del presidente di Coldiretti Campania Ettore Bellelli e del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, l’organizzazione ha sottolineato come la crisi internazionale rischi di replicare gli effetti già osservati con la guerra in Ucraina. In particolare, l’eventuale escalation in Medio Oriente potrebbe determinare un aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti, incidendo direttamente sui bilanci delle imprese agricole e, a cascata, sui prezzi al consumo.
I numeri richiamati da Coldiretti fotografano una situazione già critica: rispetto al periodo pre-bellico ucraino, i fertilizzanti registrano ancora un incremento medio del +49%, mentre l’energia segna un +66%. Un quadro che, in caso di nuove tensioni sui mercati internazionali delle materie prime, potrebbe aggravarsi ulteriormente, comprimendo i margini delle aziende agricole e riducendo il potere d’acquisto delle famiglie.
La mobilitazione napoletana si inserisce in un ciclo di iniziative che ha già coinvolto Piemonte, Puglia, Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna, per un totale di oltre 25mila agricoltori. Al centro non solo la congiuntura geopolitica, ma anche la competizione internazionale e la trasparenza lungo la filiera alimentare.
Secondo Coldiretti, la difficile fase economica si intreccia con fenomeni di concorrenza sleale legati alle importazioni. L’organizzazione denuncia l’arrivo nei porti italiani di prodotti esteri coltivati con sostanze vietate in Europa, che subirebbero lavorazioni minime tali da consentire la commercializzazione come Made in Italy sulla base dell’attuale normativa comunitaria sull’“ultima trasformazione sostanziale”. È il caso, viene spiegato, di carni trasformate o lavorate in Italia a partire da materie prime straniere e poi esportate come prodotti italiani, oppure di latticini realizzati con latte o cagliate provenienti dall’estero ma immessi sul mercato europeo senza obbligo generalizzato di indicazione dell’origine.
Per Coldiretti, la revisione del codice doganale europeo e l’introduzione dell’obbligo di etichettatura d’origine su tutti i prodotti alimentari venduti nell’Unione rappresentano passaggi imprescindibili per tutelare il reddito delle imprese agricole e garantire trasparenza ai consumatori. L’attuale assetto normativo, sostiene l’organizzazione, penalizzerebbe le produzioni nazionali, comprimendo i margini di redditività e generando un’asimmetria informativa che altera la concorrenza.
La dimensione economica della protesta si intreccia così con una più ampia riflessione strategica: in uno scenario globale segnato da instabilità geopolitica, volatilità energetica e tensioni commerciali, l’agroalimentare italiano – uno dei principali asset dell’export nazionale – appare esposto a variabili esterne difficilmente controllabili. Il rischio, secondo Coldiretti, è che un nuovo shock energetico possa rallentare la crescita del settore, già chiamato a fronteggiare la transizione ecologica, l’aumento dei costi e la competizione globale.
In questo contesto, la richiesta che arriva da Napoli è duplice: da un lato, interventi europei sulla trasparenza e sulle regole commerciali; dall’altro, misure di sostegno per attenuare l’impatto dei rincari energetici su imprese e famiglie. Perché, come sottolineato durante la mobilitazione, la tenuta dell’agroalimentare non riguarda solo gli agricoltori, ma l’intera economia nazionale.
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