Lavoro giovani dimissioni SIISL

La pandemia del 2020 ha segnato un punto di svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro. In pochi mesi, lo smart working è passato da modalità residuale a soluzione strutturale, ridefinendo tempi, spazi e relazioni professionali. Oggi, a distanza di alcuni anni dall’emergenza sanitaria, il lavoro da remoto non rappresenta più una misura straordinaria, ma una componente stabile del mercato del lavoro italiano.

Secondo il Censimento permanente 2023, poco meno di 3,4 milioni di occupati, pari al 13,8% del totale, hanno lavorato da remoto nelle quattro settimane precedenti la rilevazione. Di questi, circa 1,4 milioni (5,9%) hanno svolto l’attività da casa per almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre quasi 1,9 milioni (7,9%) hanno adottato questa modalità in forma più saltuaria.

Il picco si era registrato nel 2021, quando oltre 3,5 milioni di lavoratori – il 15,1% degli occupati – avevano lavorato almeno alcuni giorni da casa. Un dato impensabile prima della crisi sanitaria: nel 2018 e nel 2019 la quota di smart worker si fermava al 4,8%. Il biennio 2022-2023 segna una fase di stabilizzazione del fenomeno, con un’incidenza costante al 13,8%, segnale di una trasformazione ormai consolidata ma non ulteriormente espansiva.

Nonostante questa evoluzione, l’Italia resta indietro nel confronto europeo. Secondo le rilevazioni di Eurostat sugli occupati che nel 2023 hanno lavorato da casa per almeno la metà dei giorni (“usually working from home”), la media dell’Unione europea si attesta al 9,1%, mentre l’Italia si ferma al 5,9%. Un divario significativo se si considerano i Paesi leader: la Finlandia raggiunge il 22,2% e l’Irlanda il 21,8%, con Svezia e Belgio rispettivamente al 15,3% e 14,6%. Anche Germania e Francia superano la soglia del 10%.

Il ritardo italiano riflette fattori strutturali, a partire dalla composizione settoriale dell’economia e dal livello di digitalizzazione delle imprese. Il lavoro agile si diffonde con maggiore intensità nei servizi avanzati, nella finanza, nella consulenza e nella pubblica amministrazione centrale, mentre risulta più difficile da applicare nei comparti manifatturieri o a bassa intensità tecnologica.

All’interno del Paese emergono inoltre profonde differenze territoriali. Il Centro-Nord concentra le quote più elevate di lavoratori da remoto, grazie alla presenza di grandi imprese, infrastrutture digitali più sviluppate e un tessuto produttivo orientato ai servizi. Le città metropolitane come Milano, Roma, Bologna e Torino guidano la transizione, beneficiando di ecosistemi economici più dinamici.

Nel 2023 il Nord-est registra la percentuale più alta di occupati che hanno lavorato a distanza almeno un giorno nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, con il 17,1%, seguito dal Centro. Il Nord-ovest si attesta all’11,9%, mentre nel Sud la quota scende al 10,2%, al di sotto della media nazionale. Nelle Isole maggiori il dato si ferma al 9,7%.

A livello regionale spicca il Lazio con il 21,5%, trainato dal peso della pubblica amministrazione e dei servizi centrali. Seguono la Lombardia con il 18,6% e il Piemonte con il 14,5%. Supera la media nazionale anche la Liguria con il 14%. Nel Mezzogiorno, invece, la percentuale resta sotto il 10% in quasi tutte le regioni, con le sole eccezioni di Campania (11,1%), Abruzzo (10,3%) e Sardegna (10,2%). La Valle d’Aosta e la Basilicata si collocano all’8,8%.

Lo smart working, dunque, si è trasformato in un nuovo equilibrio tra vita privata e professionale, riducendo tempi e costi di spostamento e ridefinendo l’organizzazione aziendale. Tuttavia, il confronto europeo e i divari interni mostrano che la trasformazione è ancora incompleta. Il futuro del lavoro agile dipenderà dalla capacità del sistema produttivo di investire in digitalizzazione, competenze e modelli organizzativi capaci di coniugare flessibilità e produttività.


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