Resta solo cenere, un odore acre di fumo e un vuoto che pesa come un macigno nel cuore di Napoli. Il Teatro Sannazaro, storico presidio culturale della città, è stato completamente devastato dall’incendio divampato all’alba che ha provocato il crollo della cupola sopra platea e palcoscenico, inghiottendo palchetti, camerini e oltre un secolo e mezzo di memoria teatrale. La “bomboniera di via Chiaia”, simbolo del teatro di tradizione partenopeo, non esiste più nella sua forma materiale.
Fondato nella metà dell’Ottocento, il Sannazaro ha rappresentato un punto di riferimento stabile per la drammaturgia nazionale, ospitando artisti del calibro di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello, contribuendo a consolidare Napoli come capitale culturale del Paese. Oggi, quella storia è sospesa tra macerie e promesse.
Il rogo ha avuto effetti devastanti: struttura compromessa, interni distrutti, cupola collassata. Le fiamme hanno coinvolto anche 22 abitazioni adiacenti, costringendo allo sgombero sessanta persone. Non si registrano feriti, ma il danno urbano e simbolico è enorme. La Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per incendio colposo contro ignoti; tra le ipotesi al vaglio, un possibile cortocircuito, ma le cause restano da accertare.
Nel pomeriggio il ministro della Cultura Alessandro Giuli sarà in città per un sopralluogo insieme al sindaco Gaetano Manfredi e al prefetto Michele di Bari. Il messaggio delle istituzioni è netto: “Il Sannazaro tornerà com’era prima”. Una promessa che implica tempi lunghi, risorse ingenti e una regia condivisa tra pubblico e privato, considerando che il teatro è di proprietà dell’attrice Laura Sansone, nipote della grande Luisa Conte, fondatrice e anima storica del teatro.
Accanto alle istituzioni, si è attivato immediatamente il mondo della cultura. Lo scrittore Maurizio De Giovanni ha lanciato un appello alla mobilitazione collettiva, proponendo iniziative culturali, spettacoli e letture con incassi destinati alla ricostruzione. Solo dieci giorni fa lo stesso autore dialogava dal palco del Sannazaro con lo scrittore israeliano David Grossman davanti a una platea gremita, a testimonianza della vitalità di un teatro tutt’altro che nostalgico, ma profondamente contemporaneo.
La risposta del mondo artistico non si è fatta attendere. Il cantante Gigi D’Alessio ha espresso la propria disponibilità a sostenere ogni iniziativa utile alla rinascita del teatro, definendo il Sannazaro “casa per tanti artisti”. Anche l’attore e regista Geppy Gleijeses ha garantito il proprio impegno, sottolineando come la perdita di un centro di produzione teatrale di tale rilevanza rappresenti un danno non solo per Napoli, ma per l’intero sistema culturale nazionale.
Il teatro, diretto da Lara Sansone, è stato negli ultimi anni un laboratorio permanente di produzione, formazione e valorizzazione del repertorio napoletano. Non un semplice spazio scenico, ma un presidio identitario e produttivo, capace di coniugare tradizione e innovazione. La sua distruzione apre una riflessione più ampia sulla tutela del patrimonio culturale e sulla vulnerabilità delle infrastrutture artistiche, spesso collocate in edifici storici complessi da mettere in sicurezza.
La città, tuttavia, non sembra disposta a rassegnarsi. Se la materia è andata perduta, la comunità che quel teatro l’ha abitato resta intatta. E proprio da quella comunità – istituzioni, artisti, cittadini – potrebbe nascere il progetto di ricostruzione. Non solo architettonica, ma simbolica. Perché il Sannazaro non è stato soltanto un luogo di spettacolo: è stato un pezzo di identità collettiva.
Ora la sfida è trasformare il lutto in progetto, la promessa in cronoprogramma, la solidarietà in investimenti concreti. Napoli ha perso un teatro, ma non la sua vocazione culturale.
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