Il governo accelera sul Ponte sullo Stretto, ma la Corte dei Conti frena. Dopo la decisione dei magistrati contabili di negare il visto di legittimità alla delibera Cipess che approvava il progetto definitivo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato per questa mattina una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi.
La mossa arriva in un clima di forte tensione istituzionale. Meloni ha definito la scelta della Corte “l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle decisioni del Governo e del Parlamento”, denunciando un eccesso di interferenza su scelte di natura politica. Il riferimento, polemico, è anche a una delle censure mosse dai magistrati: l’invio di documenti voluminosi tramite link digitali, che secondo la premier “fa pensare che si ignorino le tecnologie di base”.
Sulla stessa linea il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che parla apertamente di “scelta politica e grave danno per il Paese”. Il leader leghista ribadisce la volontà di procedere comunque: “Andremo avanti”.
A schierarsi con il governo è anche il vicepremier Antonio Tajani, che si dice “esterrefatto” per la decisione della Corte: “In una democrazia non può essere la magistratura contabile a stabilire quali opere strategiche vadano realizzate”.
Dura invece la reazione delle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein accusa la premier di voler “mettersi al di sopra delle leggi e della Costituzione”, leggendo nelle sue parole “il vero obiettivo della riforma costituzionale”. Per Angelo Bonelli (Avs) si tratta di una “grande vittoria dello Stato di diritto”, mentre dal Pd Marco Simiani parla di “attacco gravissimo alla Corte dei Conti”.
Al centro del contenzioso ci sono i rilievi tecnici ed economici sollevati dai magistrati, tra cui le coperture finanziarie, le stime di traffico, e la conformità alle normative ambientali e antisismiche. Ma il governo, secondo quanto chiarito dalla stessa Corte, può comunque decidere di proseguire: in caso di rifiuto di registrazione, l’amministrazione può chiedere al Consiglio dei Ministri di deliberare la prosecuzione dell’atto, che diventerebbe efficace con “visto di riserva”, sebbene con una potenziale responsabilità politica davanti al Parlamento.
Il progetto, dal costo stimato di 13,5 miliardi di euro, resta così sospeso tra ambizione infrastrutturale e nodo istituzionale. Da un lato la promessa di un’opera simbolo del rilancio nazionale, dall’altro la prudenza dei magistrati contabili su trasparenza, sostenibilità e regolarità amministrativa.
Un equilibrio sottile, che oggi si gioca tutto a Palazzo Chigi.
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