Un segnale politico e industriale in una fase di forte incertezza economica. L’incontro tra Confapi e i vertici di CGIL, CISL e UIL segna, nelle parole dei protagonisti, “un nuovo passo per le relazioni industriali”. Attorno al tavolo, il presidente di Confapi Cristian Camisa e i segretari generali Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri hanno discusso di mercato del lavoro, bilateralità e lotta alla contrattazione pirata.
Camisa ha definito il confronto “molto proficuo”, sottolineando la volontà condivisa di rafforzare un percorso consolidato nel tempo. Al centro, la convinzione che la contrattazione collettiva debba restare lo strumento cardine di regolazione dei rapporti di lavoro, con le parti sociali chiamate ad assumersi la responsabilità di trovare un equilibrio tra domanda e offerta, anche sul piano retributivo.
Il tema della contrattazione pirata rappresenta uno dei punti più sensibili. Ridurre drasticamente il numero dei contratti collettivi, affidandoli ai soggetti dotati di reale rappresentanza, viene indicato come passaggio necessario per azzerare il dumping contrattuale che negli ultimi anni ha generato distorsioni competitive e compresso salari e diritti. L’obiettivo comune dichiarato è garantire una competizione sana tra imprese e una tutela effettiva dei lavoratori, evitando che accordi sottoscritti da soggetti minoritari diventino strumenti di concorrenza al ribasso.
Parallelamente, le parti hanno evidenziato la necessità di integrare la contrattazione con politiche attive del lavoro più efficaci, in grado di sostenere lo sviluppo e la crescita in una fase segnata da rallentamento economico e tensioni internazionali.
Il confronto si è acceso in particolare sull’ipotesi di ampliamento della definizione di impresa artigiana, che porterebbe il limite dimensionale fino a 50 dipendenti, rispetto alla soglia attuale compresa tra 18 e 22 a seconda dei settori. Secondo Camisa, l’estensione del perimetro rischierebbe di sovrapporsi alla categoria delle Pmi industriali senza incentivare una reale crescita dimensionale, producendo invece effetti distorsivi sull’ecosistema produttivo.

Il timore è che molte imprese possano migrare verso il comparto artigiano per beneficiare di regimi più favorevoli, senza un effettivo salto competitivo. Le ricadute, secondo uno studio presentato da Confapi, sarebbero rilevanti sia per i lavoratori sia per le finanze pubbliche. L’applicazione del contratto dell’artigianato alle nuove assunzioni comporterebbe una riduzione media delle retribuzioni del 20%, con un impatto negativo stimato per il bilancio pubblico pari a 1,43 miliardi di euro l’anno, di cui 870 milioni legati alla contribuzione Inps e 563 milioni al gettito Irpef.
I dati comparativi illustrati dall’associazione mostrano differenze significative tra Pmi industriali e imprese artigiane. Un operaio metalmeccanico specializzato percepisce mediamente 2.173,77 euro mensili nelle Pmi contro 1.631,98 euro nell’artigianato, con un costo annuo aziendale rispettivamente di 44.358,09 euro e 31.194,57 euro. Numeri che, secondo Confapi, evidenziano il rischio di un abbassamento generalizzato dei livelli retributivi e contributivi, con effetti negativi sia sui redditi dei lavoratori sia sulle entrate dello Stato.
La riunione si inserisce in un contesto in cui il ruolo delle parti sociali torna centrale nel definire assetti normativi e strategie di politica industriale. Il dialogo tra Confapi e sindacati potrebbe rappresentare un punto di equilibrio tra esigenze di competitività e tutela del lavoro, ma la partita sulla riforma dell’artigianato si preannuncia come uno dei dossier più delicati dei prossimi mesi.
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