Il sistema sanitario italiano sta cambiando volto e il baricentro di questa trasformazione si trova sempre più nel Sud. Secondo il nuovo rapporto elaborato dalla Fondazione Gimbe, il Mezzogiorno registra una forte crescita nella quota di spesa pubblica destinata al privato accreditato, con regioni come Campania, Sicilia e Puglia che superano ampiamente la media nazionale.
Il dato più evidente arriva dal Lazio, che con il 29,3% della spesa sanitaria pubblica destinata al privato accreditato si colloca al primo posto a livello nazionale, ben al di sopra della media italiana pari al 20,3%. Ma immediatamente dietro, e soprattutto nel Sud, si osserva un trend strutturale: la Sicilia raggiunge il 23,9%, la Campania il 23,3%, e la Puglia il 22%. Numeri che testimoniano un crescente sbilanciamento funzionale tra pubblico e privato nelle regioni meridionali.
Il confronto con le regioni del Nord e con i territori a maggior presidio pubblico è ancora più significativo: Valle d’Aosta (7,7%), Provincia autonoma di Bolzano (9,9%) e Friuli Venezia Giulia (10,8%) rappresentano l’opposto di questo modello. Perfino territori tradizionalmente considerati forti nei servizi pubblici, come Veneto (16,7%), Emilia-Romagna (16,2%) e Toscana (11,5%), restano sotto alla media nazionale.
La crescita del privato accreditato nel Sud appare collegata non solo al modello gestionale regionale, ma anche alle difficoltà strutturali del servizio pubblico: carenza di personale, tempi di attesa prolungati, scarsa distribuzione dei servizi specialistici e un territorio frammentato che accentua il ricorso al settore privato in convenzione.
Un fenomeno che si riflette anche sulla spesa diretta dei cittadini. Nel 2023, la spesa sanitaria privata in Italia ha raggiunto 43 miliardi di euro, destinati in larga parte a farmacie (12,1 miliardi), odontoiatria e prestazioni professionali (10,6 miliardi) e strutture private accreditate (7,6 miliardi). Il dato cresce ancora nel 2024, raggiungendo 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria complessiva, contro il 20,3% dell’anno precedente.
Le cifre sull’offerta strutturale confermano il cambio di scenario: su 29.386 strutture sanitarie censite, il 58% appartiene al privato accreditato, con percentuali dominanti in settori cruciali come l’assistenza residenziale (85,1%) e riabilitativa (78,4%).
Un dato che, secondo il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, parla da solo:
«Non serve cercare un piano occulto di smantellamento del Servizio sanitario nazionale: basta leggere i numeri per capire che la privatizzazione della sanità pubblica è già una realtà».
La fotografia evidenziata dal rapporto apre una questione cruciale: il Sud ricorre al privato perché lo sceglie o perché non ha alternative? A oggi, la risposta sembra convergere sulla seconda ipotesi, con il rischio che la geografia sanitaria del Paese accentui disuguaglianze già profonde.
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