La settimana si apre con un clima di forte tensione tra governo e mondo produttivo. Dopo i tagli ai fondi destinati alla Transizione 5.0, il fronte delle associazioni d’impresa continua ad allargarsi e si prepara al confronto decisivo fissato per mercoledì 1° aprile al Mimit. L’obiettivo dichiarato dell’esecutivo è trovare una soluzione che eviti una frattura definitiva, ma la strada appare tutt’altro che semplice.
La protesta non riguarda più soltanto Confindustria. Alle critiche già espresse nei giorni scorsi da Confartigianato e Confapi si sono aggiunte Cna, Legacoop, Confimi e Confcommercio, che denunciano un taglio ritenuto inaccettabile e contrario agli impegni presi. «Fondamentale è conservare intatto il rapporto di fiducia con il governo», ha ricordato il segretario generale di Confcommercio Marco Barbieri, sottolineando come molti settori – dalle forniture ospedaliere ai servizi digitali fino all’alberghiero – contassero su quei fondi per interventi di ammodernamento.
Il nodo centrale resta la riduzione del credito d’imposta per gli investimenti già effettuati: le imprese chiedono il ripristino al 100%, mentre il governo ha fissato l’aliquota al 35%, richiamando quanto stabilito nella legge di Bilancio. Il Mef ribadisce che «i patti erano chiari» fin dal 20 novembre, quando venne garantita la copertura delle domande presentate dopo la chiusura dello sportello, ma con aliquote ridotte secondo i criteri della precedente Transizione 4.0. Una posizione che però non convince le associazioni, che ricordano come la normativa sia cambiata più volte in pochi mesi, generando confusione e aspettative diverse.
Il dato più contestato è il drastico ridimensionamento delle risorse: lo stanziamento iniziale da 1,3 miliardi è stato ridotto a 537 milioni, un taglio che ha alimentato lo scontro e messo in difficoltà molte aziende che avevano già programmato gli investimenti. A complicare ulteriormente il quadro c’è l’avvio della nuova Transizione 5.0 per il 2026, basata sull’iperammortamento anziché sul credito d’imposta. Una scelta che divide le associazioni: le piccole imprese preferivano il vecchio meccanismo, mentre Confindustria sostiene il nuovo. Per lo Stato, invece, l’iperammortamento ha un vantaggio evidente: gli effetti sul bilancio si spostano al 2027.
Nel frattempo, sul piano politico, la situazione resta fluida. Tra Mef e Mimit soffia un vento di reciproche accuse, mentre le indiscrezioni su un possibile spostamento del ministro Urso dal dicastero delle Imprese al Turismo non contribuiscono a rasserenare il clima. Forza Italia, con Maurizio Casasco, si dice pronta a collaborare per trovare una soluzione, mentre Fratelli d’Italia e Lega mantengono il silenzio. L’opposizione attacca: per Antonio Misiani (Pd) si tratta di «un grave voltafaccia del governo alle imprese».
In queste ore, riferiscono fonti governative, sono in corso riunioni tecniche tra Mef, Mimit e Palazzo Chigi per definire una proposta da portare al tavolo di mercoledì. L’esecutivo punta a una mediazione che consenta di rispettare i vincoli di bilancio senza compromettere la fiducia delle imprese. Ma la distanza tra le parti resta ampia e il confronto del 1° aprile si preannuncia decisivo per il futuro della misura e per i rapporti tra governo e sistema produttivo.
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