L’intesa tra Stati Uniti e Iran, attesa per la firma ufficiale venerdì in Svizzera, segna uno dei passaggi diplomatici più rilevanti degli ultimi anni in Medio Oriente. L’accordo, frutto di una trattativa multilaterale complessa, prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione immediata delle ostilità, come confermato da Teheran, che estende la portata del cessate il fuoco anche al fronte libanese.

Prima della firma, Washington e Teheran terranno colloqui preparatori a Doha, dopo una maratona negoziale di 17 ore condotta dai mediatori del Qatar. La fase finale del negoziato è stata accompagnata da un’intensa attività diplomatica che ha coinvolto anche Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Nazioni Unite, confermando la natura multilivello dell’intesa.

Sul piano politico, l’accordo si inserisce in un contesto estremamente delicato. Il presidente statunitense Donald Trump ha ribadito che, in assenza di un’intesa definitiva sul dossier nucleare entro 60 giorni, gli Stati Uniti sono pronti a riprendere gli attacchi contro l’Iran. Una posizione che evidenzia come la tregua sia solo il primo passo di un percorso più ampio e tutt’altro che privo di rischi.

L’Europa ha accolto positivamente l’intesa. I vertici UE – Antonio Costa, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas – hanno sottolineato che l’accordo rappresenta una “potenziale svolta” e che ora è necessario garantirne la piena attuazione. Per Bruxelles, la stabilità regionale è essenziale non solo sul piano politico, ma anche per gli equilibri energetici e commerciali globali.

Anche l’Italia, attraverso la premier Giorgia Meloni, ha espresso un forte apprezzamento, definendo il memorandum un’“occasione di pace da cogliere” e ribadendo la disponibilità del Paese a sostenere il processo diplomatico. Il Regno Unito, per voce del premier Keir Starmer, ha insistito sulla necessità che la riapertura di Hormuz sia “completa e permanente”, offrendo supporto operativo attraverso la missione multilaterale difensiva guidata da Londra e Parigi.

Il quadro regionale, tuttavia, resta fragile. Mentre si avvicina la firma dell’accordo, nel sud del Libano si registrano nuovi raid israeliani, segno che la stabilità sul terreno non è ancora garantita. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’IDF resterà nelle “zone di sicurezza” in Libano, Siria e Gaza “senza limiti di tempo”, una posizione che potrebbe complicare la fase post‑accordo.

Il Pakistan, uno dei mediatori più attivi, ha definito l’intesa un “significativo passo avanti”, sottolineando come il risultato sia frutto della determinazione di più Paesi a privilegiare il dialogo rispetto allo scontro. Una visione condivisa da diversi attori regionali, che vedono nella riapertura di Hormuz un elemento cruciale per la stabilità economica globale.

L’accordo USA‑Iran, dunque, non è solo un’intesa bilaterale: è un tassello di una più ampia ridefinizione degli equilibri geopolitici, in cui diplomazia, sicurezza energetica e deterrenza militare si intrecciano. La firma di venerdì potrebbe aprire una nuova fase, ma la sua tenuta dipenderà dalla capacità delle parti di trasformare un fragile cessate il fuoco in un percorso politico duraturo.


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