La frattura dentro Democrazia Sovrana Popolare non è più solo una tensione interna: è diventata una scissione conclamata, consumata attraverso due comunicati che, uno dopo l’altro, hanno certificato la fine del rapporto politico tra Marco Rizzo e Francesco Toscano. Una rottura che arriva all’indomani del congresso del 26 luglio, presentato da DSP come un momento di rilancio, ma che per Rizzo rappresenta invece “la fine del progetto originario”.
Il comunicato di Rizzo: “DSP cessa di essere un riferimento della mia politica”
Rizzo apre il suo testo con un’accusa frontale: le “iniziative inutilmente divisive del signor Toscano” avrebbero “di fatto decretato la fine di DSP”. Nel mirino, il voto sull’ordine del giorno relativo alle alleanze politiche, approvato da 282 presenti, poi diventati 493 con deleghe, numeri che Rizzo giudica “improbabili” rispetto ai circa 3.000 iscritti.
L’ex segretario sostiene di aver scelto di non partecipare al congresso per evitare una “dura contrapposizione” che avrebbe “lacerato la comunità politica” e alimentato narrazioni mediatiche sulla divisione interna. Ma la conclusione è netta: “DSP cessa di essere un riferimento della mia politica”.
Rizzo accusa Toscano di aver abbracciato “politiche integrative rispetto ai processi migratori”, posizioni che ritiene incompatibili con la linea originaria del movimento. E aggiunge: “Non posso confondermi con chi finge di non vedere gli effetti in termini di sicurezza, povertà e annichilimento dell’identità nazionale”.
Il passaggio più duro riguarda il simbolo del partito: Rizzo sostiene che “correttezza vorrebbe che entrambi gli schieramenti rinunciassero al nome e al simbolo”, avvertendo che un uso esclusivo da parte di Toscano porterebbe a “scontate azioni legali”. Da qui la rottura personale: “Il signor Toscano non esiste più politicamente per me”.
Infine, l’annuncio: Rizzo è “pronto a rimboccarsi le maniche” per un nuovo percorso politico, chiamato “Italia del Domani”, libero da “pesi e zavorre”.
La replica di Toscano: “Rizzo abbandona perché in minoranza”
Il comunicato di Francesco Toscano, diffuso poche ore dopo, ribalta completamente la narrazione. Il presidente di DSP parla di “fuga” da parte di Rizzo, accusandolo di aver evocato “fantomatici possibili scontri” che “non fanno parte dell’ethos del movimento”.
Toscano sostiene che la comunità di DSP ha garantito a Rizzo “agibilità politica” negli ultimi anni e che il congresso del 26 luglio ha chiesto di mantenere una linea “non piegata all’opportunismo elettoralistico”. Per il presidente, l’addio di Rizzo sarebbe motivato dal fatto di essere “finito in minoranza”.
La critica più pesante riguarda il presunto tentativo di Rizzo di “soffocare la passione della base” attraverso “un colpo di mano partorito nel buio di una stanza insieme a quattro amici”. Toscano definisce questo comportamento “il modo peggiore di fare politica”.
DSP chiede ora le dimissioni formali di Rizzo e dei sostenitori del nuovo progetto, ricordando che il legame con la base “non può essere cancellato dalla sera alla mattina”. Toscano rivendica che il partito “esce rafforzato” e continuerà la sua azione “senza ansia di ottenere un posto a qualsiasi costo”.
Una scissione senza ritorno
I due comunicati, letti insieme, mostrano una rottura totale: accuse reciproche di opportunismo, delegittimazione, gestione impropria del simbolo, divergenze politiche profonde e persino riferimenti personali. La scissione appare ormai irreversibile.
DSP rivendica la legittimità del congresso e la continuità del progetto originario. Rizzo, dal canto suo, considera il movimento “volgarmente distrutto” e annuncia un nuovo percorso politico.
La vicenda segna una delle crisi più profonde nella breve storia di DSP, che ora dovrà affrontare una fase di ricomposizione interna mentre una parte della sua base guarda già altrove.
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