Nella notte del 24 giugno 2025, Donald Trump ha dichiarato sul social Truth che Israele e Iran, con la mediazione del Qatar, avevano accettato una tregua bilaterale di 12 ore, seguita dalla fine del conflitto. “Nessuno sarà ferito, la guerra è finita”, ha scritto, aggiungendo poi “L’Iran non ricostruirà mai più i suoi impianti nucleari”.
Sul suo social Truth, dunque, il presidente degli Stati Uniti d’America ha annunciato la fine di quella che passerà alla storia come “la guerra dei dodici giorni”. Poche ore dopo, Israele ha accusato Teheran di aver violato la tregua con attacchi missilistici, mentre l’Iran ha ovviamente negato.
Bisogna riavvolgere il nastro per comprendere se la pace reggerà o se si tratta solo di una pausa prima della tempesta.
Nella notte tra il 21 e il 22 giugno, precisamente alle 02:30 ora locale di Teheran, gli Stati Uniti sono entrati con decisione nel conflitto tra Iran e Israele, bombardando i siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan.
L’operazione, denominata “Midnight Hammer”, ha rappresentato finora il punto più alto dell’escalation che ha caratterizzato il Medio Oriente negli ultimi anni.
Un Paese sovrano, l’Iran, è stato attaccato da altre due nazioni sovrane: gli Stati Uniti e Israele, quest’ultimo convinto che Teheran rappresenti una minaccia esistenziale. L’Iran, furioso, aveva minacciato la chiusura dello Stretto di Hormuz e aveva promesso “conseguenze eterne” per i suoi nemici.
Mentre la polvere si deposita, il conflitto tra Teheran, Washington e Tel Aviv rischia comunque di ridisegnare l’equilibrio globale. Quali sono le mosse dei protagonisti, e cosa significa per i mercati e la geopolitica mondiale?
La partita più importante: l’energia.
Questo conflitto non si gioca solo nel deserto iraniano: è una partita globale che intreccia superpotenze, economie e alleanze fragili.
A Mosca, Vladimir Putin ha accolto il ministro iraniano Abbas Araghchi, condannando gli attacchi occidentali e difendendo il diritto di Teheran a un programma nucleare civile. Per la Russia, l’Iran è un alleato prezioso, che fornisce i noti droni Shahed per la guerra in Ucraina. Tuttavia, il Cremlino gioca con prudenza: nonostante il sostegno retorico, evita un coinvolgimento militare diretto che potrebbe danneggiare i suoi rapporti con Pechino o compromettere l’equilibrio interno. La Russia osserva e influenza, ma non guida: se l’Iran dovesse spingersi troppo oltre, Mosca potrebbe raffreddare i legami, virando verso un asse più saldo con la Cina e con una Corea del Nord sempre più assertiva. In questo momento, gli occhi dell’orso russo sono tutti sulla martoriata Ucraina.
Pechino, dal canto suo, guarda al Medio Oriente con preoccupazione. Il 40% del suo petrolio arriva da quella regione, e un blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe un disastro per la sua traiettoria di crescita e per i suoi interessi strategici. Xi Jinping condanna gli attacchi americani, ma preferisce muoversi con diplomazia silenziosa, cercando di mediare senza esporsi. La Cina ha tutto da perdere: la stabilità nella regione è cruciale per la sua Belt and Road Initiative e per l’ambizione di affermarsi come superpotenza globale. Un conflitto prolungato metterebbe Pechino in una posizione difficile: sostenere l’Iran rischierebbe di alienare i rapporti con il Golfo, mentre ignorarlo potrebbe indebolire la sua influenza in Asia.
L’Unione Europea appare invece come un gigante innocuo.
Kaja Kallas, alto rappresentante per la politica estera, ha invocato dialogo e rispetto del diritto internazionale, ma l’UE è paralizzata dalle sue divisioni. La Germania spinge per negoziati, temendo un’instabilità che colpisca i mercati energetici; la Francia, più cauta, guarda agli USA come guida. Senza una strategia comune, Bruxelles resta un attore marginale, incapace di incidere in una crisi che minaccia la sua economia già fragile.
Gli Stati Uniti, con Trump al timone, sostengono Tel Aviv con una politica muscolare, ma la tregua suggerisce un tentativo di contenere l’escalation, forse per compiacere l’elettorato interno o inviare un segnale a Mosca e Pechino.
Con questa tregua chi ha vinto?
La risposta è decisamente complessa. Israele ha puntato a neutralizzare la minaccia nucleare iraniana e a indebolire la sua capacità militare. Questa guerra dei dodici giorni ha portato alla distruzione di infrastrutture chiave e all’uccisione di figure di spicco, tra cui il generale Hossein Salami.
Benjamin Netanyahu, in un discorso televisivo del 24 giugno, ha proclamato una “vittoria storica”, sostenendo che “abbiamo rimosso la minaccia di annientamento nucleare e missilistico”. Ha aggiunto: “Se l’Iran tenterà di ricostruire il suo programma nucleare, colpiremo di nuovo con forza”. Tuttavia, fonti dell’intelligence USA, riportate da Reuters, suggeriscono che il programma nucleare iraniano sia stato rallentato di soli 3-6 mesi, non distrutto, indicando che l’obiettivo strategico di Israele, ovvero eliminare definitivamente la capacità nucleare di Teheran, non è stato pienamente raggiunto.
Inoltre, l’idea di un cambio di regime, ventilata da Netanyahu con appelli al popolo iraniano, resta lontana, data la stabilità interna del regime nonostante le proteste economiche.
E l’Iran?
L’Iran, dal canto suo, aveva l’obiettivo di rispondere agli attacchi per riaffermare la propria deterrenza e mantenere la coesione interna. Teheran ha lanciato numerosi missili balistici su Tel Aviv, Haifa e Beersheba, causando almeno 24 morti, e ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz, cruciale per il 20% del petrolio globale. Il presidente Masoud Pezeshkian, in un discorso del 24 giugno, ha dichiarato: “Abbiamo ottenuto una grande vittoria contro l’aggressione sionista. Se Israele rispetta la tregua, noi faremo lo stesso”. Nonostante le perdite, oltre 240 morti, tra cui civili e militari di alto rango, l’Iran ha dimostrato di poter colpire Israele e mantenere il sostegno di alleati come Russia e i proxy Hezbollah e Houthi. Tuttavia, la sua capacità nucleare è stata danneggiata, e la minaccia sullo Stretto di Hormuz non si è concretizzata, limitando il successo strategico.
Una via per la pace?
Alla fine di questa crisi, la diplomazia ha trovato uno spiraglio, ma il bilancio umano resta pesante. Israele probabilmente tornerà a impiegare la mano forte nella Striscia di Gaza, dove gli aiuti umanitari si sono trasformati in trappole mortali. L’auspicio è che, così come si è raggiunto un accordo tra Teheran e Tel Aviv, si possa aprire uno spazio anche per una pace giusta e duratura per il popolo palestinese. Come ha ricordato Papa Francesco, viviamo una “terza guerra mondiale a pezzi”: un mosaico di conflitti regionali che rischiano di convergere in un incendio globale. La diplomazia resta l’unica via percorribile. Serve un dialogo coraggioso e multilaterale che sappia tenere insieme la sovranità iraniana, la sicurezza israeliana, il diritto ad una patria per il popolo palestinese e l’equilibrio energetico globale. In un mondo interconnesso e fragile, le prossime scelte geopolitiche non saranno solo questione di leadership, ma di sopravvivenza collettiva.
di Alessandro Grande
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