Il Sud Italia si sta affermando come uno dei principali motori della ripresa economica nazionale. Un segnale incoraggiante, carico di valore politico ed economico, che emerge con forza dalle parole del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. Dopo decenni di divari e ritardi, il Sud mostra finalmente una dinamica capace di ribaltare narrazioni consolidate.
Nel periodo 2020-2024, anche grazie al sostegno della politica fiscale, l’economia italiana ha registrato ritmi di crescita superiori a quelli del decennio precedente e in linea con la media dell’area euro. Ma la vera sorpresa, come sottolinea Panetta, arriva proprio dalle regioni meridionali. Dopo la pandemia il Pil del Mezzogiorno è cresciuto di quasi l’8%, oltre due punti percentuali in più rispetto al Centro-Nord. In termini pro capite, l’espansione ha superato il 10%, quasi il doppio rispetto al resto del Paese.
Ancora più significativo è il dato sull’occupazione. Nel Sud il numero degli occupati è aumentato del 6%, più del doppio dell’incremento registrato nelle regioni centro-settentrionali. Numeri che indicano un cambiamento reale e che, secondo il governatore, riaprono la prospettiva di una convergenza economica interrotta da oltre cinquant’anni. Un risultato che dimostra come investimenti pubblici, politiche mirate e utilizzo efficace delle risorse europee possano produrre effetti tangibili anche nelle aree storicamente più fragili.
Questo slancio, tuttavia, non può restare isolato. Panetta avverte che i progressi del Mezzogiorno non vanno né sottovalutati né considerati acquisiti. Per trasformare la ripresa in uno sviluppo duraturo occorre agire sui fattori strutturali, a partire da istruzione, conoscenza e capitale umano, leve decisive in un Paese segnato dal declino demografico e dalla transizione tecnologica.
Il governatore è esplicito: l’Italia deve aumentare la spesa per istruzione, in particolare quella universitaria, perché genera “elevati ritorni economici e sociali” ed è essenziale per garantire una crescita stabile nel lungo periodo. Oggi le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono inferiori al 4% del Pil, quasi un punto percentuale in meno rispetto alla media dell’Unione europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area euro. Circa metà di questo divario dipende dal minore investimento nell’università.
Un rafforzamento della spesa universitaria, sottolinea Panetta, migliorerebbe la qualità del sistema, valorizzando competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative. In questa prospettiva, il Sud può giocare un ruolo strategico. L’Università di Messina rappresenta un esempio virtuoso: gli studenti internazionali raggiungono il 10% degli iscritti, contro una media nazionale inferiore al 5%, avvicinandosi ai livelli di Francia e Germania e dimostrando una capacità di attrazione spesso sottovalutata nel Mezzogiorno.
Resta aperto il tema della fuga dei cervelli. Negli ultimi anni, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure sempre più richieste dalle imprese. Una perdita che non viene compensata dall’arrivo di giovani stranieri altamente qualificati, segno di un sistema che fatica ancora ad attrarre talenti globali.
Il messaggio che arriva da Messina è però chiaro e, soprattutto, positivo. Il Sud ha dimostrato di poter crescere più del resto del Paese quando dispone degli strumenti giusti. Ora la sfida è consolidare questa dinamica, investendo in università, ricerca e innovazione, senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici, ma rafforzando le basi di uno sviluppo più inclusivo. Se sostenuto da scelte coerenti, il Mezzogiorno può diventare non solo una priorità sociale, ma una leva strategica per il futuro dell’economia italiana.
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