È polemica aperta tra chi usa l’arte per fare attivismo e chi usa l’attivismo contro l’arte.
In risposta ai numerosi episodi della campagna “Just Stop Oil”, contro i combustibili fossili, lo street artist TvBoy imbratta di rosso la propria Gioconda. Lo fa durante l’inaugurazione della Galleria Deodato Arte a Roma, in via Giulia. Per rendere il messaggio più chiaro, la Monna Lisa si “spoglia” delle vesti cinquecentesche. In sostituzione, una t-shirt bianca con la scritta nera “Just Save Art”.
Chi è TvBoy?
Si chiama Salvatore Benintende, 42 anni. Palermitano d’origine e milanese d’adozione. Artista controcorrente, usa l’arte come strumento di riflessione e rivolta. Tra gli ultimi lavori, una ribelle principessa Jasmin con le forbici in una mano e la lunga coda di capelli neri nell’altra; in cima, la scritta “Unit against oppression”: il suo gesto di vicinanza alla battaglia delle donne iraniane, lasciato su un muro a Barcellona.
La sua street art fa presto il giro del mondo. Provocatorio e disturbante, si espone a vandalismo e censura. Vede diverse delle sue opere cancellate, tra cui un vecchio bacio tra Di Maio e Salvini nel marzo del 2018, poi riproposto a Forte dei Marmi in occasione del Premio Satira a lui consegnato. Celebre resta l’episodio di vandalismo che cancellò lo sguardo di Borsellino, un murale di cui parla accorato in un’intervista per Repubblica. “La street art è effimera”, dice in quell’occasione. Eppure, fa rumore. Anche – e di più – quando viene turbata, cancellata o usurpata.
L’attivismo si trasforma: non avviene attraverso, ma contro l’arte, volendosene servire ancora una volta come cassa di risonanza per denunciare drammi di attualità. Ma servirà allo scopo o il gesto, in questo caso, è tanto eclatante da sconfinare l’obbiettivo?
Tra protesta e vandalismo
Insomma, quando un barattolo di vernice o una passata di pomodoro imbrattano le tele di Van Gogh, Klimt, Monet, non si sente parlare tanto di “stop oil”, di un sistema al collasso, di sfruttamento di risorse e disastri ambientali, quanto di vandalismo: ecco cosa ricorda l’opinione pubblica.
Poco importa che spesso non ci siano danni reali. Gli attivisti non si dichiarano nemici dell’arte, ma amici del mondo. È per questo che gridano: Che senso ha preservare quelle opere se nessuno potrà più contemplarle? Eppure, in molti si chiedono se la strategia sia efficace.
Facilissimo che passi un messaggio sbagliato: gli attivisti, forse nella disperazione di non avere più voce per farsi ascoltare, trasformano agli occhi del pubblico una protesta a favore dell’ambiente in una marcia contro l’arte. Distolgono l’attenzione, rischiando di provocare proprio l’effetto opposto. E forse, così, contribuiscono a gettare fumo su un problema più grande, il reale obiettivo della propria crociata – che è interesse comune: la salvaguardia di un ecosistema portato allo stremo, di cui si parla ancora troppo mentre troppo poco, ancora, si vede fare.
di Fabiana Stornaiuolo
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