Le imprese italiane stanno accelerando sugli investimenti in intelligenza artificiale, ma la crescita è frenata da una carenza strutturale di competenze. È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato, che descrive un Paese pronto a innovare ma privo dei profili necessari per sostenere la trasformazione digitale.
Secondo i dati, il 71,8% delle imprese italiane ha investito in almeno uno degli ambiti della transizione digitale, dall’adozione di tecnologie innovative all’integrazione dei sistemi organizzativi, fino allo sviluppo di nuovi modelli di business basati sul digitale. La propensione a investire è ancora più marcata nei servizi, dove raggiunge il 73,4%, mentre nella manifattura, nelle utility e nelle costruzioni si attesta al 70,8%. Un segnale che conferma come l’AI sia ormai percepita come un fattore competitivo imprescindibile.
Il nodo centrale resta però la disponibilità di personale qualificato. Nel corso del 2025, su 621 mila richieste di lavoratori con competenze digitali avanzate, 316 mila sono risultate di difficile reperimento, pari al 50,8% del totale. La mancanza di figure specializzate è indicata dal 58,6% delle imprese come il principale ostacolo all’adozione dell’AI. A questo si aggiungono la scarsa chiarezza normativa, la qualità insufficiente dei dati disponibili, le preoccupazioni legate alla privacy, i costi elevati e le considerazioni etiche, che contribuiscono a rallentare l’integrazione delle tecnologie digitali nei processi produttivi.
Per il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, la sfida dell’AI si vince soprattutto sul terreno delle competenze. Secondo Granelli, è necessario rafforzare la formazione e il raccordo tra scuola, università, sistema formativo e imprese, garantendo anche alle micro e piccole aziende l’accesso alle professionalità necessarie. Le competenze richieste spaziano dall’intelligenza artificiale al cloud computing, dall’Industrial Internet of Things ai big data, dalla realtà virtuale e aumentata fino alla blockchain.
L’indagine evidenzia anche forti differenze territoriali. La Lombardia è la regione che registra il maggior numero di professionalità introvabili: 60.960 su 121.440 richieste, pari al 50,2%. Seguono la Campania, con 31.130 profili difficili da reperire su 66.950 richieste (46,5%), e il Lazio, con 30.780 su 66.760 (46,1%). A livello provinciale, la situazione è ancora più accentuata: Milano guida la classifica con 29.840 competenze introvabili su 64.320 richieste (46,4%), seguita da Roma con 24.580 su 55.240 (44,5%) e da Napoli, che registra 16.200 profili mancanti su 36.010 richieste (45%).
Il quadro complessivo mostra un’Italia che corre verso l’intelligenza artificiale, ma con un freno tirato. La mancanza di competenze rischia di rallentare la trasformazione digitale proprio nel momento in cui le imprese stanno investendo con maggiore decisione. Colmare questo divario sarà la sfida decisiva dei prossimi anni, affinché l’AI possa diventare una risorsa realmente integrata nei processi produttivi e non solo un’opportunità potenziale.
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