Dopo oltre due anni di conflitto e decine di migliaia di vittime, Israele e Hamas hanno firmato la prima fase del piano di pace per Gaza, un’intesa che prevede la tregua dei combattimenti, lo scambio di prigionieri e il ritiro parziale dell’esercito israeliano. L’annuncio è arrivato nella serata di ieri direttamente da Donald Trump, che ha definito l’accordo “un passo storico verso una pace forte e duratura”.
La notizia ha generato festeggiamenti spontanei nelle strade di Gaza, dove i residenti hanno accolto con speranza l’idea di una possibile fine della guerra. Tuttavia, il cessate il fuoco non segna ancora la conclusione definitiva del conflitto: il nord della Striscia resta una zona di combattimento, come precisato dalle Forze di Difesa Israeliane (Idf), che hanno avvertito i civili di non rientrare nelle aree ancora militarizzate.
Secondo il piano, Israele rilascerà 1.950 prigionieri palestinesi in cambio di 20 ostaggi israeliani ancora vivi, inclusi 250 ergastolani e 1.700 detenuti arrestati dall’inizio della guerra. Lo scambio, che dovrebbe avvenire entro 72 ore dall’approvazione formale dell’accordo da parte del governo israeliano, rappresenta il primo passo di un processo più ampio di disimpegno militare e di riorganizzazione politica e umanitaria della Striscia di Gaza.
Il premier Benyamin Netanyahu ha ringraziato Trump per la mediazione e ha convocato la Knesset per la ratifica dell’intesa, dichiarando: “Con l’aiuto di Dio, riporteremo tutti a casa”. Dalla Casa Bianca, il presidente americano ha confermato che gli Stati Uniti parteciperanno alla ricostruzione di Gaza e al mantenimento della pace, sottolineando che il piano non riguarda solo la Striscia ma “l’intero Medio Oriente”.
Sul fronte palestinese, Abu Mazen ha accolto l’accordo come “una speranza per la creazione di uno Stato palestinese indipendente e la fine dell’occupazione israeliana”, mentre Hamas ha ringraziato “i mediatori di Qatar, Egitto e Turchia” per il ruolo cruciale nei negoziati, chiedendo però a Washington di vigilare sull’applicazione dei termini.
Non tutti in Israele, però, condividono l’entusiasmo per la tregua. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader dell’estrema destra, ha annunciato che voterà contro l’accordo, definendo “pericoloso” il rilascio di prigionieri che “potrebbero tornare a spargere sangue ebraico”. La frattura interna al governo di coalizione rischia di pesare sulla fase di approvazione parlamentare.
Sul piano diplomatico, Trump ha lasciato intendere che anche l’Iran potrebbe avere un ruolo nel nuovo equilibrio regionale, affermando che “sarà parte integrante della situazione di pace”. Una dichiarazione che, se confermata, segnerebbe un cambio di paradigma nella strategia americana verso Teheran e una possibile ridefinizione delle alleanze in Medio Oriente.
Il presidente statunitense è atteso nei prossimi giorni in Israele, dove dovrebbe intervenire alla Knesset per presentare il piano in venti punti che, secondo fonti americane, costituirà la base del nuovo ordine politico della regione. Alcuni aspetti chiave — come il disarmo di Hamas e la futura governance di Gaza — restano però da negoziare nelle prossime settimane.
Lo storico accordo arriva esattamente due anni dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas uccise oltre 1.200 israeliani e prese in ostaggio 251 persone. Da allora, secondo il Ministero della Salute di Gaza, oltre 67.000 palestinesi sono morti nelle operazioni militari israeliane, tra cui più di 20.000 bambini.
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