Il 22 settembre, le principali città italiane sono state teatro di ampie mobilitazioni a sostegno della popolazione palestinese. Lo sciopero, proclamato dai sindacati di base, ha interessato tutti i settori: trasporto pubblico locale, ferrovie, porti, scuole e università.
Le principali città italiane sono state attraversate da fiumi di persone, oltre 30 mila a Napoli e oltre 50 mila a Roma.
Le principali richieste dei manifestanti riguardavano la cessazione delle vendite di armamenti a Israele, un cessate il fuoco immediato e duraturo, il riconoscimento dello Stato di Palestina, l’imposizione di sanzioni e embargo.
La vendita degli armamenti a Israele
Per quanto riguarda la cessazione delle vendite di armamenti, l’Italia è il terzo maggiore fornitore di armi a Israele, dopo Stati Uniti e Germania. Tuttavia, le forniture italiane rappresentano solo circa l’1% delle importazioni belliche israeliane, mentre Stati Uniti e Germania detengono rispettivamente il 66-70% e il 29-30%.
A partire dal 7 ottobre 2023, data dell’inizio del conflitto, il governo italiano ha dichiarato di aver interrotto qualsiasi fornitura di armi a Israele. In realtà, nell’ultimo trimestre del 2023, l’Italia ha venduto armamenti per un valore complessivo di 2,1 milioni di euro, con un picco a dicembre di 1,3 milioni. La giustificazione ufficiale è stata che tali esportazioni erano relative ad accordi precedenti e che le armi non sarebbero state utilizzate contro civili.
Nel 2024 le esportazioni verso Israele hanno superato i 4 milioni di euro, sempre riferite ad accordi già stabiliti. Le importazioni italiane da Israele hanno invece raggiunto oltre 37 milioni di euro.
Politica estera italiana e riconoscimento della Palestina
Per quanto riguarda la sua politica estera, in ambito UE, l’Italia ha sostenuto sanzioni mirate contro coloni israeliani violenti in Cisgiordania, evitando però posizioni più aggressive verso Israele nel suo complesso, in un’ottica di preservazione della stabilità regionale e della cooperazione contro il terrorismo.
L’Italia si è inoltre astenuta su diverse risoluzioni ONU, tra cui quelle del 27 ottobre e del 12 dicembre 2023 per un cessate il fuoco immediato a Gaza, e quella del 10 maggio 2024 sull’upgrade dello status di osservatore della Palestina.
Per quanto riguarda il riconoscimento dello Stato palestinese, vi sono forti segnali internazionali.
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All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, il 22 settembre, la Francia ha riconosciuto ufficialmente la Palestina.
Nella stessa direzione sono orientati il Regno Unito, il Canada, l’ Australia e il Portogallo.
Trump, invece, ha dichiarato che riconoscere lo Stato palestinese significherebbe “fare un regalo ad Hamas”.
Ieri, 23 settembre, il presidente del consiglio Meloni ha annunciato alla stampa che la maggioranza presenterà una mozione al parlamento in cui il riconoscimento dello stato di Palestina sarà legato a due condizioni necessarie:
il rilascio degli ostaggi e l’esclusione di Hamas da qualsiasi dinamica politico-istituzionale.
Mentre gran parte dei paesi europei compie dunque passi in avanti concreti, l’ Italia appare in netto ritardo. La sua credibilità internazionale si gioca soprattutto in questa delicata partita storica.
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