Nel 2024, più di 5,7 milioni di italiani vivono in condizione di povertà assoluta, pari al 9,8% dei residenti. Ma dietro la stabilità apparente del dato nazionale si nasconde una profonda frattura territoriale: il Mezzogiorno continua a rappresentare l’epicentro del disagio sociale, con un’incidenza del 10,5% delle famiglie – quasi 900 mila nuclei – contro il 7,6% del Nord-Est e il 6,5% del Centro.
In termini assoluti, quasi quattro famiglie povere su dieci vivono nel Sud. Una quota in crescita rispetto al 2023 (39,8% contro 38,7%) che conferma la difficoltà strutturale del Meridione a uscire da una crisi economica e sociale ormai radicata.
Il Sud, terra di povertà giovane
La povertà nel Sud ha un volto giovane e familiare. Tra i minori, l’incidenza nazionale del 13,8% – la più alta dal 2014 – assume nel Mezzogiorno toni ancora più gravi, toccando picchi superiori al 15%.
Nelle Isole, il dato complessivo di povertà assoluta sale dal 11,9% al 13,4%, il peggioramento più netto in Italia.
Anche tra i giovani adulti (18-34 anni), l’incidenza si mantiene elevata: oltre un giovane su dieci vive in condizioni di povertà, spesso nonostante lavori precari o part-time.
Famiglie numerose e monogenitoriali: il peso dell’instabilità
Nel Sud, le famiglie numerose restano le più vulnerabili: una su cinque tra quelle con cinque o più componenti è povera (21,2%).
Ma anche tra le coppie con tre o più figli, quasi il 20% non raggiunge la soglia minima di spesa mensile. Le famiglie monogenitoriali mostrano un’incidenza dell’11,8%, riflesso di un sistema di welfare insufficiente a sostenere chi si trova solo ad affrontare i costi della vita quotidiana.
Nord e Sud, due Italie sociali tra povertà e normalità
Mentre nel Nord Italia la povertà si concentra nei grandi centri urbani (8,2% nelle aree metropolitane), nel Mezzogiorno la situazione è più grave proprio nei capoluoghi, dove raggiunge il 12,5%.
La differenza non è solo economica ma strutturale: il tessuto produttivo più debole, l’occupazione giovanile fragile e i servizi pubblici spesso carenti contribuiscono a rendere il Sud più vulnerabile agli shock economici.
L’intensità della povertà – cioè quanto le famiglie povere si trovano al di sotto della soglia minima – cresce proprio nel Mezzogiorno, salendo al 18,5% dal 17,8% del 2023. In altre parole, i poveri nel Sud sono sempre più poveri.
Lavoro e istruzione: le chiavi per invertire la rotta
Nel Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione giovanile resta il doppio della media nazionale, l’istruzione si conferma il principale fattore di protezione.
Le famiglie in cui la persona di riferimento ha almeno un diploma di scuola superiore mostrano tassi di povertà molto più bassi (4,2%), mentre tra chi ha solo la licenza elementare l’incidenza sale al 14,4%.
Allo stesso modo, tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di lavoro, il rischio di povertà esplode al 21,3%, confermando il legame diretto tra occupazione, formazione e tenuta sociale.
Un Sud in trappola: serve una strategia nazionale
Il quadro che emerge è chiaro: la povertà nel Mezzogiorno non è solo economica, ma sistemica.
Il divario Nord-Sud non accenna a ridursi, e le politiche di contrasto alla povertà – dal Reddito di cittadinanza al nuovo Assegno di inclusione – non sembrano sufficienti a garantire una reale mobilità sociale.
Per invertire la rotta servono investimenti strutturali in lavoro, istruzione e infrastrutture sociali, capaci di rompere la spirale di povertà ereditaria che condanna intere generazioni nel Sud Italia.
Leggi le notizie di Piazza Borsa
Per restare sempre aggiornato, segui i nostri canali social Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn











