Negli ultimi tre anni la sanità pubblica italiana ha perso 13,1 miliardi di euro, mentre 41,3 miliardi sono stati pagati direttamente dalle famiglie. È il dato più allarmante dell’ottavo Rapporto Gimbe, che analizza la sostenibilità e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale (Ssn).
“Siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio sanitario nazionale – denuncia Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – che spiana la strada agli interessi privati. Continuare a distogliere lo sguardo significa condannare milioni di persone a rinunciare non solo alle cure, ma a un diritto fondamentale: quello alla salute”.
Numeri in crescita solo sulla carta
Secondo il rapporto, il Fondo sanitario nazionale (Fsn) passerà da 125,4 miliardi nel 2022 a 136,5 miliardi nel 2025, con un incremento apparente di 11,1 miliardi. Ma l’aumento è eroso dall’inflazione e dai costi energetici. In proporzione al Pil, la spesa sanitaria è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% nel 2023, per stabilizzarsi intorno al 6,1% nel 2024-2025.
“Dietro i miliardi in più – spiega Cartabellotta – si cela un definanziamento strutturale: la riduzione percentuale sul Pil equivale a 13,1 miliardi di euro perduti”.
Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2025 prevede una stabilità del rapporto spesa sanitaria/Pil al 6,4%, ma la Legge di bilancio 2025 racconta altro: la quota calerà al 5,8% nel 2028, generando un divario di oltre 13 miliardi che rischia di ricadere sui bilanci regionali.
“Senza un deciso rifinanziamento, le Regioni saranno costrette a ridurre i servizi o aumentare le tasse locali”, avverte il presidente Gimbe.
Disuguaglianze territoriali e rinuncia alle cure
Il rapporto evidenzia un’Italia sempre più spaccata. Nel 2023 solo 13 Regioni rispettano i Livelli essenziali di assistenza (Lea), con un netto divario Nord-Sud.
Nel 2022 la mobilità sanitaria – ossia i cittadini che si curano fuori Regione – ha superato i 5 miliardi di euro, concentrando i saldi positivi in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, mentre le Regioni del Sud e il Lazio accumulano deficit superiori ai 100 milioni.
Il risultato è una differenza di tre anni nell’aspettativa di vita: 84,7 anni a Trento contro 81,7 in Campania.
Sul fronte economico, 1 italiano su 10 ha rinunciato a cure nel 2024, pari a oltre 5,8 milioni di persone, con picchi del 17,7% in Sardegna.
La spesa privata cresce: un sistema sempre meno universale
Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 185,12 miliardi di euro, di cui 47,66 miliardi privati. Di questi, 41,3 miliardi (86,7%) sono stati pagati direttamente dalle famiglie (“out of pocket”), mentre solo il 13,3% è intermediato da fondi o assicurazioni.
Cartabellotta avverte: “L’aumento della spesa privata rompe il patto tra cittadini e istituzioni. Milioni di persone pagano di tasca propria o rinunciano alle cure, mentre la sanità pubblica perde certezze e fiducia”.
Privato in espansione, pubblico in ritirata
Oggi su 29.386 strutture sanitarie italiane, 17.042 (58%) sono private accreditate, e prevalgono nel settore residenziale (85,1%), riabilitativo (78,4%) e specialistico ambulatoriale (59,7%).
La spesa pubblica destinata al privato convenzionato ha toccato 28,7 miliardi nel 2024, ma il vero balzo è del privato puro, cresciuto del 137% tra il 2016 e il 2023, passando da 3,05 a 7,23 miliardi di euro.
“Il libero mercato sanitario si sta espandendo, creando un sistema parallelo riservato solo a chi può permetterselo”, conclude Cartabellotta.
Il Rapporto Gimbe è un campanello d’allarme per la politica: la tutela della salute non può essere subordinata alla logica dei bilanci. La Corte Costituzionale ha chiarito che la spesa per i Lea è una “spesa costituzionalmente necessaria”, e dunque non negoziabile.
Ma senza un cambio di rotta nella prossima Legge di bilancio 2026, l’Italia rischia di abbandonare il principio stesso su cui è nata la sanità pubblica: universalità, equità e solidarietà.
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