A quasi due anni dall’introduzione dell’Assegno di Inclusione (ADI), Caritas Italiana traccia un primo bilancio che mette in luce luci e ombre della riforma voluta dal Governo per sostituire il Reddito di Cittadinanza.
Durante la presentazione del Rapporto sulle politiche di contrasto alla povertà, tenutasi l’8 ottobre a Roma, la Caritas parla di una contrazione della platea dei beneficiari tra il 40% e il 47%, un dato che testimonia un forte ridimensionamento dell’intervento pubblico in materia di sostegno economico.
Secondo il dossier, il passaggio da un principio universalistico a un approccio categoriale ha determinato l’esclusione di ampie fasce della popolazione in difficoltà, in particolare famiglie in età da lavoro senza figli, lavoratori poveri, stranieri e nuclei residenti nel Centro-Nord.
Un restringimento dei criteri che, di fatto, ha lasciato molte persone senza tutele, pur non migliorando l’efficacia dello strumento nel raggiungere i più fragili.
Le nuove disuguaglianze create dall’ADI
Caritas osserva come la nuova scala di equivalenza introdotta con l’Assegno di Inclusione abbia ulteriormente penalizzato le famiglie straniere, nonostante un parziale allentamento dei requisiti di residenza.
In sostanza, il nuovo sistema tende a privilegiare determinati tipi di nuclei familiari – come quelli con minori, disabili o anziani – escludendo chi, pur in condizioni di disagio economico, non rientra nelle categorie riconosciute dalla legge.
“È un cambio di paradigma che rischia di spezzare il principio di solidarietà che aveva ispirato il Reddito di Cittadinanza”, si legge nel Rapporto. “Un ritorno a un modello selettivo e parziale di welfare, che lascia indietro chi non rientra nei requisiti formali ma vive in situazioni di reale difficoltà economica”.
Caritas torna “paracadute” sociale: cresce la domanda di aiuto
La conseguenza diretta di questo ridimensionamento è il ritorno di Caritas al ruolo di ‘paracadute’ sociale per chi resta escluso dalle misure pubbliche.
Le sedi territoriali dell’organizzazione registrano un aumento consistente delle richieste di aiuto per beni essenziali come cibo, affitto e utenze, un fenomeno che riporta indietro di anni i progressi fatti nell’accompagnamento personalizzato verso l’autonomia.
“Assistiamo a un’inversione di tendenza preoccupante”, spiegano i curatori del Rapporto. “L’aumento delle richieste di aiuto materiale riduce lo spazio e le risorse per costruire percorsi di inclusione reale, basati sull’ascolto e sulla formazione”.
SFL: formazione debole e occupazione instabile post Assegno di inclusione
Oltre all’ADI, la Caritas analizza anche il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), il secondo pilastro della nuova politica sociale.
Lo strumento, pensato per favorire la ricollocazione lavorativa di chi è in età attiva, non ha ancora prodotto risultati significativi.
Secondo il Rapporto, si registra una partecipazione molto bassa, con percorsi formativi “spesso poco incisivi” e opportunità occupazionali precarie o temporanee.
“Il rischio – sottolinea Caritas – è che il SFL venga percepito come un sostegno simbolico e inefficace, più vicino a un sussidio temporaneo che a un reale trampolino verso l’inclusione lavorativa”.
Verso una politica sociale più giusta e integrata
L’analisi di Caritas si conclude con un appello chiaro: serve una politica di contrasto alla povertà inclusiva, coordinata e fondata sui bisogni reali delle persone.
Una strategia che non si limiti a selezionare categorie, ma che riconosca il diritto universale a un’esistenza dignitosa, rafforzando la rete di servizi e accompagnamento.
“La povertà non può essere gestita per esclusione, ma affrontata con inclusione”, afferma il Rapporto. “Ogni persona in difficoltà deve poter contare su un sostegno equo, continuativo e realmente emancipante”.
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